Matteo Bonazzi, Daniele Tonazzo, Lacan e l’estetica. Lem­mi, postfazione di F. Carmagnola, Milano, Mimesis, 2015, pp. 182

 

Non esiste un’estetica in Lacan. Lo si ribadisce fin dall’introdu­zio­ne di questo libro che possiamo considerare un testo seminale, vale a dire un contributo che, appunto, getta il seme di una futura discussione e inaugura una promettente linea di ricerca. Lacan non si è mai occupato direttamente di estetica nel corso del suo insegnamento, eppure dalla lettura degli undici lemmi scelti dagli autori per accostarsi a una teoria lacaniana del sentire e del sentirsi, si ricava che l’esperienza estetica è un’esperienza imprescindibile per cogliere il ritmo della vita psichica. Così Lacan, certamente distante dalla tradizione del­l’e­stetica classica sia per i contenuti sia per le scelte di stile, mostra di leggere bene e di ereditare la lezione kantiana: una riflessione sull’esperienza estetica non ci chiude nella riserva protetta di una teoria dell’arte, ma ci offre la possibilità di interrogarci sulla natura di quel sentire che struttura nel profondo e articola qualsiasi nostra esperienza. Dunque la ricerca di Lacan, soprattutto nella seconda fase del suo insegnamento, quella che si riferisce al periodo degli anni Settanta, rivela un’e­sigenza prepotente di sviluppare “un’estetica trascendentale che convenga alla nostra esperienza” (Seminario X), che convenga cioè all’esperienza analitica e clinica.

Estetica e psicoanalisi, quindi. Rabbrividiscono tutti coloro che pensano si debba marcare molto attentamente la distanza tra la filosofia e una disciplina, come quella psicoanalitica, che naviga a stretto contatto con una pratica, vale a dire con la pratica clinica. Comincia, impensierito, a grattarsi la nuca chi sposa il sospetto, già freudiano, nei confronti di una contaminazione tra saperi troppo distanti. Eppure, a ben guardare, proprio se onoriamo l’incidenza della dimensione tecnico-pratica e clinica della psicoanalisi, incontriamo con molta naturalezza l’estetica, da sempre incaricata di scovare una forma di teoria prossima al fare, vicina alle pratiche, alla compromissione coi materiali, all’esperienza plastica e manipolatoria del sentire. Proviamo allora ad abbassare le difese, a essere meno preoccupati dei confini disciplinari e a seguire la proposta che Matteo Bonazzi e Daniele Tonazzo ci fanno in questo loro libro.

Undici lemmi, dicevamo. Linguaggio, desiderio, immaginario, artefatto, bellezza, tempo, sguardo, voce, corpo, stile, lettera. Sono tutte categorie che evocano subito il campo dell’espe­rien­za estetica, e che contemporaneamente richiedono agli autori lo sforzo di ripercorrere e ricostruire ogni volta e per ciascuna di esse tutta l’intelaiatura del pensiero lacaniano, vista dalla prospettiva privilegiata del lemma in questione. Il lettore è preso per mano e condotto a ripetere, indossando occhiali sempre diversi, il cammino compiuto da Lacan nell’intero arco del suo insegnamento. Perché succede questo? Perché, lo ribadiamo, la riflessione sull’esperienza estetica non è relegata in un’isola felice o infelice che dir si voglia, ma contribuisce dal­l’interno a tessere la trama del discorso dello psicoanalista. È per questo motivo che possiamo considerare il libro che stiamo recensendo non solo come un viaggio nell’“estetica” lacaniana, ma anche come un’introduzione al pensiero di Lacan nel suo complesso.

A quale estetica ci introduce la psicoanalisi? A un’estetica fondata su una doppia sovversione: “la prima ci permette con Lacan di riconquistare la scoperta freudiana dell’inconscio e lascia cadere lo spazio narcisistico e immaginario dell’io, la seconda sovversione è quella che lascia cadere anche il senso, la storia e l’articolazione significante con cui il soggetto costruisce après coup il proprio poema” (p. 9). Dunque grazie alla prima sovversione impariamo a liberarci dell’idea che l’espe­rien­za estetica sia il luogo elettivo dell’espressività soggettiva, che in essa l’uomo trovi la possibilità di manifestare la propria libertà attraverso la creazione di immagini e simboli in cui rispecchiarsi narcisisticamente. La seconda sovversione sottrae la soggettività all’ipertrofia della cultura, ovvero alla proliferazione del senso e della sua storia. L’esperienza estetica si affaccia così come una ritrazione, un passo indietro nella vita, un esodo, una ritrosia: una ritrosia feconda, si intende, che mentre rinuncia a installarsi lungo il cammino del senso e delle sue esibizioni trova l’unica risposta possibile; mentre sembra fare, e in un certo senso fa realmente, un passo indietro, scopre le condizioni di un autentico avanzamento. È così che in ognuna delle undici voci si sente nitidamente l’articolazione di un ritmo scandito in due pulsazioni: una pulsazione che spinge in avanti, reattiva, orizzontale, potremmo dire, simpatica, e una di arresto e regressione, diciamo così, collassante, parasimpatica, vagale. Facciamo due esempi.

Il lemma linguaggio. È senza dubbio vero che Lacan ha per lungo tempo inseguito le risorse della parola nel segno di una proliferazione orizzontale del senso il cui motore è la relazione con l’Altro e le cui figure sono le forme simboliche. Potremmo chiamare questo piano l’orizzonte della vita, del movimento in avanti, del dinamismo, dello slancio del senso. Tuttavia, mentre scopriva e articolava le risorse di questa catena significante, contemporaneamente ne avvertiva il pericolo, la sentiva vacillare sotto le sue stesse mani. Solo su un piano orizzontale, la vita psichica non si lascia afferrare. Il pericolo è quello di una ipertrofia del senso e dei suoi rinvii, una ipertrofia della cultura. E allora, poiché il pensiero lacaniano ha un andamento ritmico che coincide col suo stesso stile, egli comprende subito che è necessario cogliere con altrettanta sensibilità la dimensione verticale, in caduta, dell’esperienza psichica. Una dimensione che segue a un arresto, che segna una regressione feconda. E allora emerge una zona rimossa dalla linguistica, quella del corpo in caduta, che è un altro modo di parlare del godimento e che segna in Lacan il passaggio dal discorso sul linguaggio della linguistica al discorso sulla lalingua, sulla lettera, ovvero sulla parola come lingua materna del corpo. Chiamo estetico questo movimento, perché mi pare che il tema della bellezza si affacci, nel discorso di Lacan, ogni volta che irrompe un bisogno di verticalità, di abbandono, di caduta. L’esperienza estetica, se è tale quando si contrappone alla ripetizione stereotipata, lo è perché mentre lo stereotipo è l’impossibilità nauseante di morire, l’esperienza estetica si concede il lusso di morire.

Il lemma sguardo: lo stesso andamento ritmico lo troviamo anche a proposito dello sguardo. L’atto del guardare è assai più complesso di come sembra, essendo strutturato intorno a quella che Lacan chiama, nel Seminario XI, la schisi tra occhio e sguardo. Ecco la doppia pulsazione ritmica; l’occhio vede a partire dalla posizione prospettica del soggetto, per cui vediamo sempre le cose come se fossero il segno di qualcos’altro perché le inquadriamo dentro la nostra cornice di senso, ma nello stesso tempo questo nostro modo di vedere poggia e si aggancia a un dettaglio invisibile e intoccabile, il punctum di Roland Barthes, a partire dal quale siamo guardati e in cui sprofondiamo, ci abbandoniamo, cadiamo. C’è qualcosa di invisibile che ci aspetta come un incavo, che ci risucchia, proprio come accade nella macchia-osso del quadro anamorfico di Holbein. Ecco qui di nuovo i due tempi: il tempo del vedere come proliferazione orizzontale del senso e il tempo dello sguardo come caduta nell’oggetto-macchia.

Quelli che abbiamo fatto sono solo alcuni esempi, ma sarebbe possibile estendere agevolmente il discorso agli altri lemmi e mostrare all’opera la stessa pulsazione ritmica. D’altra parte, si tratta del battito dell’inconscio. I testi e i seminari di Lacan, come ci ricorda Bonazzi, sono una palestra di stile, una palestra in cui si impara a emulare la pulsazione dell’inconscio. Lo stesso stile di Lacan è l’imitazione di questo battito. Ma è importante rilevare, a questo punto, che in tale articolazione ritmica e pulsatile della vita psichica l’esperienza estetica si colloca, per Lacan, nella postura regressiva, nel secondo tempo della caduta, benché si tratti di una felice regressione, di una frustrazione che cova l’istanza di un risveglio, di una ritrosia fertile.

Silvia Vizzardelli

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