Rüdiger Campe, Anselm Haverkamp, Christoph Menke, Baumgarten-Studien. Zur Genealogie der Ästhetik, Berlin, August Verlag, 2014, pp. 258

 

Gli “studi baumgarteniani” qui proposti costituiscono una densa raccolta di saggi (tre saggi rispettivamente per Campe e Haverkamp; due per Menke), capaci di coprire una vasta serie di temi relativi alle origini dell’estetica scientifica, ma ben ancorati a una base condivisa che consente di dare omogeneità al volume.

Il comune punto di partenza consiste nell’aspra polemica contro l’atteggiamento antiquario che ha colpito fino a pochi anni fa un filosofo come Baumgarten, al quale poteva essere tutt’al più rivolto un cenno di formale riverenza per aver coniato il termine “estetica”, senza che questo implicasse poi la necessità di un qualche approfondimento della sua prospettiva teorica. La situazione è parzialmente mutata negli ultimi lustri, quando un maggiore interesse per il pensiero di Baumgarten ha portato ad articolare ricerche più attente a rispettare la ricchezza della sua tavolozza filosofica. E tuttavia – argomentano gli Autori nella nota preliminare – un tale ritrovato impulso nella Baumgarten-Forschung non sembra aver spostato di molto l’opinio communis, che continua a vedere in Baumgarten un pensatore superato già nella sua stessa epoca, per poi essere definitivamente oscurato dall’aetas kantiana.

Di contro a questa vulgata, fortunatamente sempre meno popolare, la tesi che incornicia il volume è che proprio tale “eccentricità” rispetto alla disciplina che ha tenuto a battesimo potrebbe costituire paradossalmente un punto a favore di Baumgarten, nella misura in cui essa è capace di agglutinare attorno a sé una serie di nomi e tematiche esiliati dalla storia ufficiale, ma che potrebbero acquisire nuova attualità proprio in un’epoca come quella odierna, dove il modello storiografico e teorico dominante è andato incontro a una crisi irreversibile. Alla base di questa storia “altra” sta l’importanza della dimensione retorica, intesa non come un relitto dell’antichità di cui Baumgarten sarebbe un anacronistico interprete, ma come un ambito di studi che proietta nel futuro otto-novecentesco la stessa proposta estetologica baumgarteniana. Per dare corpo a un simile progetto, viene convocato un ricco consesso di pensatori e artisti – da Leonardo a Vico, da Opitz a Cassirer – che nel dialogo con la filosofia di Baumgarten acquistano sfumature feconde e inattese.

Non è possibile offrire un’analisi dettagliata dei diversi articoli – ciascuno indipendente dagli altri e al contempo unito da richiami tematici e bibliografici che consentono al lettore di muoversi liberamente all’interno del volume. Tra i vari temi ricorrenti, ad ogni modo, merita particolare attenzione la questione dell’evidenza, sviluppata in particolare dai saggi di Campe, in cui il confronto con D’Alembert e Pascal permette di comprendere la rilevanza del problema nella modernità ben al di là degli stessi limiti retorici. Proprio l’evidenza, accanto a una rilettura della questione dei tropi come figurae crypticae e abbreviate, analizzata sia da Campe sia da Haverkamp, consente di valorizzare finalmente la seconda parte dell’Aesthetica di Baumgarten, la quale, anche a causa della sua incompiutezza, non è quasi mai stata oggetto di studi specifici. In un tale ampliamento di prospettiva, un posto di rilievo spetta alla questione della forza, tanto perché la latenza dell’implicazione tropica nasconde una cruciale dimensione performativa che Haverkamp valorizza in dialogo con la teoria linguistica di Empson, quanto perché la forza – come dimostra Menke – costituisce una dimensione antropologica fondamentale. In questo caso l’interlocutore è Herder, il quale intende rifondare l’esteti­ca a partire da quella oscura forza che costituisce l’uomo dal­l’in­ter­no e che tuttavia resta pre-soggettiva, pur mediando il sorgere della stessa soggettività grazie a un’askesis socializzante che ne “disciplina” l’espressione in senso foucaultiano. Non stupisce che l’indagine sulla genesi dell’estetica moderna proposta dagli Autori sia attraversata da una filigrana più propriamente politica, la quale risuona come un’eco nell’ultima parola dell’Aesthetica di Baumgarten, parrhesia.

Nel complesso, la raccolta ha certamente numerosi pregi, offrendo un quadro interpretativo che, senza nascondere la propria angolatura teorica parziale, consente di illuminare diversi coni d’ombra dell’analisi recente. Ma il merito maggiore di questo volume è forse quello di non trattare Baumgarten con l’ostentato rispetto che si deve a un generale in congedo, presentandolo piuttosto come un autore vitale, con cui confrontarsi senza timore di restare impaniati nel brago di una pre-modernità ormai priva di ogni mordente sul contemporaneo. L’auspicio è che i sondaggi qui proposti possano rilanciare la ricerca in questa direzione, portando infine alla luce tutta la serie di percorsi carsici che costellano l’opera di Baumgarten, e che ne fanno una miniera spesso ancora inesplorata per il dibattito attuale.

Alessandro Nannini

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