Everyday aesthetics: istituzionalizzazione e “svolta normativa”

(Y. Saito, Aesthetics of everyday life, in Stanford Encyclopedia of Philosophy, http://plato.stanford.edu/entries/aesthetics-of-eve­ry­day/, pubblicato per la prima volta il 30 settembre 2015. Una versione più breve della medesima voce è: Y. Saito, Everyday aesthetics, in M. Kelly (a cura di), Encyclopedia of aesthetics, Oxford, Oxford University Press, 2014, pp. 525-9; C. Dowling, The aesthetics of daily life, “British Journal of Aesthetics”, n. 3/50 (2010), pp. 225-42; D.E. Ratiu, Remapping the realm of aesthetics: on recent controversies about the aesthetic and aesthetic experience in everyday life, “Estetika, The Central European Journal of Aesthetics”, n. 1/L, VI (2013), pp. 3-26; J. Forsey, The promise, the challenge of everyday aesthetics, “Aisthesis. Rivista di Estetica Online”, n. 1 (2014), http://www.fupress.net/index.­php­/aisthesis/article/view/14608; G. Matteucci, Pratiche estetiche come design del quotidiano, in G. Matteucci (a cura di), Estetica e pratica del quotidiano. Oggetto, esperienza, design, Milano-Udine, Mimesis, 2015, pp. 9-24).

Il contributo di Yuriko Saito in analisi è una delle prime voci enciclopediche apertamente dedicate a una linea di ricerca paradigmatica nell’ambito dei dibattiti accademici sull’esteticità diffusa: l’everyday aesthetics. In quanto tale esso risulta emblematico poiché ne decreta l’istituzionalizzazione, nonostante l’e­sordio di tale processo risalga a circa un decennio fa, con la pubblicazione dei primi testi incentrati sull’argomento.

Attraverso una breve overview contestualizzante, la filosofa colloca l’everyday aesthetics in linea di continuità con i tentativi, avviati nella seconda metà del XX secolo, di ampliare il cam­po di pertinenza dell’estetica afferente in particolare alla tradizione anglo-americana, dal discorso limitato alle belle arti al multi-sfaccettato pattern esperienziale che prende corpo con le pratiche e gli oggetti che costellano in modo pervasivo la vita quotidiana.

L’autrice continua la panoramica sull’argomento indicando come specifico dell’everyday aesthetics anche il tentativo di affrancare l’indagine estetica da un focus esclusivo sul bello e il sublime, riconoscendo, invece, la pregnanza di una serie di qualità meno eclatanti, ma che pervadono l’esperienza (estetica) quotidiana di chiunque.

In conclusione alla parte introduttiva, Saito sottolinea la natura non meramente estensiva e tendente all’inclusione di nuovi elementi e qualità che sembrerebbe caratterizzare l’eve­ry­day aesthetics, ma ne indica anche la forza teoretica in grado di fare emergere questioni alle quali l’estetica mainstream non ha riservato adeguata attenzione.

Virando dunque nella direzione dei contenuti e dei paradigmi dell’everyday aesthetics, Saito affronta la questione della sua indefinitezza, o meglio –  in quanto disciplina nata per ovviare alle limitazioni della cosiddetta estetica arte-centrica –  del suo “raggio d’azione”, descritto unicamente nei termini di un’in­clusione di tutti quegli elementi esteticamente pregnanti trascurati dalla tradizione. L’autrice introduce allora il conseguente dibattito concernente la definizione dei concetti di “quotidiano” e di “estetica”, centrale nel contesto di una tale ampiezza speculativa apparentemente illimitata.

Da un lato il “quotidiano” copre un range di attività che vanno dall’ordinario in senso stretto (mangiare, vestire, pulire, cura del sé…) all’occasionale (festeggiare, viaggiare, eventi sportivi, culturali…), e tale inclusività mette in discussione la validità di un’interpretazione letterale del suo significato: la quotidianità ha una qualità precipuamente contestuale, e ciò che risulta del tutto ordinario per qualcuno potrebbe rivelarsi un evento raro per qualcun altro. Strategia risolutiva di fronte a questa impasse è la collocazione delle caratteristiche intrinseche della quotidianità nell’attitudine che assumiamo verso, e del­­l’esperienza che facciamo di, oggetti e attività quotidiane, piuttosto che tentare di reperirle attraverso un “mero inventario” di questi ultimi.

Dall’altro lato la nozione di “estetica” assume almeno due connotazioni principali nel dominio dell’estetica del quotidiano: in quanto relativa a percezioni corporee derivate da stimolazioni sensoriali e attività fisiche di varia natura, e in quanto oggetto di distinzione tra l’uso onorifico e l’uso classificatorio che se ne compie,  il primo orientato alla considerazione prettamente positiva e gratificante dell’esperienza estetica, il secondo aperto anche alla considerazione di fattori negativi che possono caratterizzarla.

Ed è esattamente questo dualismo tra uso onorifico e classificatorio che detta lo svolgimento del terzo e quarto paragrafo del testo in analisi: “Defamiliarization of the familiar” e “Negative aesthetics”, a partire dai quali Saito avvia un’analisi del recente “fenomeno filosofico” in questione marcatamente orientata al rilievo del connubio tra estetico ed etico. Con “de-familiarizzazione del familiare” ci si riferisce a un’elevazione del materiale esperienziale quotidiano a condizione auratica, o di straordinarietà, che ne svela il potenziale estetico celato dalla sua costitutiva ordinarietà. Accogliendo una tale interpretazione, sottolinea Saito, il rischio che si corre è che a una eccessiva enfatizzazione della de-familiarizzazione come pre-condizione necessaria all’estetica del quotidiano, corrisponda poi l’impos­si­bi­li­tà di esperire ed elaborare considerazioni sull’ordinario in quanto ordinario; precisamente in tale difficoltà di definire un’e­sperienza estetica del quotidiano che ne preservi la cosiddetta everydayness risiede, per l’autrice, una delle sfide più complesse cui l’everyday aesthetics deve rispondere. E ciò accade o mediante il riconoscimento di un merito estetico insito in qualità a “basso contenuto” di eclatanza, e che dunque producono sensazioni di calma, quiete, sicurezza, stabilità e domesticità, oppure attraverso il disconoscimento di qualsiasi valenza estetica positiva nella monotonia e banalità del quotidiano, definito in alcuni casi, addirittura “anestetico”. Tuttavia, continua Saito, se intendiamo l’estetico in senso classificatorio, e non onorifico, la presenza di qualità estetiche negative capillarizzate nel quotidiano non sarà sinonimo di assenza di qualità estetiche in toto, ma confermerà, piuttosto, la pervasività di una texture estetica del e nell’ordinario, seppur in senso negativo.

L’estetica negativa è, per Saito, centrale nel discorso sull’e­ste­ti­ca del quotidiano in quanto ne configura la dimensione “attiva” e “attivista”, contrastando il paradigma spettatoriale tipico dell’estetica arte-centrica: di fronte all’esperienza di qualità estetiche negative, reagiamo concretamente, o ragioniamo su come poter reagire per “eliminarle, ridurle o trasformarle” sia sul piano personale, ma anche, e soprattutto a livello sociale.

In altri termini, che siano “sottotraccia”, poco sofisticate o negative, le qualità estetiche che esperiamo diffusamente nel quotidiano, “grazie alla loro preponderanza e relativamente facile riconoscibilità”, esercitano un potere notevole sulle pratiche decisionali di ogni giorno.

Facendo poi riferimento all’eccessivo soggettivismo e relativismo, e quindi alla conseguente impossibilità di discussione intersoggettiva (spesso risolta nei termini della distinzione kantiana tra bello e piacevole) che alcuni teorici imputano alla considerazione di esperienze estetiche in cui la responsività corporea a stimolazioni è centrale, ma che altri contrastano, sostenendo invece la loro complessità multisensoriale, contestualità e capacità di contribuire positivamente o negativamente alla creazione di una particolare atmosfera, Saito illustra i contenuti di tre indirizzi di ricerca rilevabili all’interno dell’eve­ry­day aesthetics: ambiance aesthetics, social aesthetics e action-oriented aesthetics. Queste sono accomunate, per grandi linee, da un’essenziale dimensione interattiva (con risvolti etici) e dalla mancanza di una definizione chiara e condivisa dell’“ogget­to” dell’esperienza estetica che considerano (ci si confronta spesso, in questi casi, con la concezione deweyana di ciò che costituisce “un’esperienza”), nonché, ancora una volta, dalla difficoltà di comunicare intersoggettivamente il giudizio che su que­st’ultima potrebbe essere formulato.

L’autrice attribuisce la “diffidenza” nei confronti di tali sotto-categorie dell’estetica alla tendenza, tipica dell’indagine estetica occidentale moderna, a considerare esteticamente rilevanti solo quelle esperienze condivisibili, valutabili o giudicabili oggettivamente. Una volta superata questa limitazione, che rischia di impoverire la complessità e proficuità dell’estetico e del­l’estetica, e compresa l’origine sociale – e dunque condivisibile – delle svariate attività che rientrano nel novero dell’every­day aesthetics (in particolare nelle sue declinazioni menzionate poco sopra), afferma Saito, quest’ultima potrà finalmente essere legittimata.  Ciò che tuttavia appare contraddittorio nella sua argomentazione è la risoluzione dei “limiti intersoggettivisti” posti dalla tradizione estetologica occidentale, con l’am­mis­sio­ne di una dimensione comunitaria e condivisibile –  dunque intersoggettiva –  dell’estetica del quotidiano (critica che le muovono, in particolare, anche Dowling e Ratiu).

Dopo un breve accenno al rapporto tra arte e vita quotidiana, al tentativo tutto occidentale di superane la dicotomia e ai rischi insiti nell’estetizzazione sconsiderata, nella mercificazione e nell’obsolescenza programmata di alcuni aspetti del quotidiano, che può essere contrastata solo da pratiche incentrate sulla sostenibilità e sulla relativa adozione di nuovi paradigmi estetici, la trattazione si avvia verso le conclusioni.

Costruite interamente attorno al rapporto tra estetico ed etico, queste ultime ribadiscono l’essenzialità dello sviluppo di una sensibilità e di un’alfabetizzazione estetica – valori di cui l’e­ve­ryday aesthetics sarebbe portatrice privilegiata – le quali permetterebbero un incremento qualitativo della vita non solo nella nostra quotidianità, ma anche a livello globale.

È indubbio e comprensibile che il contributo di Saito non prenda in considerazione la totalità degli aspetti costitutivi del­l’e­veryday aesthetics. Inoltre, pur adoperandosi per garantire l’obiettività e l’aggiornatezza della trattazione, palese è la sua propensione per una lettura etico-sociale dell’argomento e per un’in­terpretazione dell’estetico in quanto open concept, che non richiede necessariamente un impegno volto alla comunicazione intersoggettiva. Da tali considerazioni è emersa la volontà di effettuare un tentativo di compensazione di alcune mancanze constatate personalmente in Aesthetics of everyday life attraverso una breve rassegna comparativa di saggi pubblicati tra il 2010 e il 2015 focalizzata su due aspetti fondamentali: l’emergenza di una precisa volontà di sistematizzare i vari orientamenti interni all’everyday aesthetics (di qui in poi EA) – per mezzo, tra l’altro, di una nomenclatura ben identificabile – e di una “svolta normativa” per ovviare al rischio di una trivializzazione dell’estetico, in cui “la ricerca abbandona la sfera del­l’ontologia e si sviluppa nella direzione del tema dei predicati e dei giudizi” (Matteucci 2015: 15), che Saito trascura quasi del tutto, ad esclusione di alcuni accenni di carattere generale, e non intenzionalmente riferiti a questo recente e significativo trend critico.

 

A fare da “apripista” è il saggio di Chris Dowling The aesthetics of daily life (2010), nel quale viene utilizzata una terminologia e formulata una proposta operativa di tipo normativo che saranno poi riprese, condivise, riviste o ampliate nella saggistica più recente presa in esame. Con “Formulazione Debole” e “Formulazione Forte” dell’aesthetics of daily life intuition, l’au­to­re si riferisce rispettivamente ai tentativi di definire la stringenza estetica del quotidiano mediante un’estensione del concetto di estetico impiegato nelle discussioni relative al valore artistico, che giunge a includere esperienze tipicamente quotidiane e a quelli, dall’altro lato, di dimostrare come esperienze del tutto ordinarie possano produrre istanze paradigmatiche del­l’esperienza estetica in modo del tutto svincolato dalle limitazioni e dalle convenzioni che caratterizzano, nella filosofia del­l’arte, i dibattiti sul valore estetico. Dowling, nell’ottica di ridurre il rischio di cadere nel poco soddisfacente, ma soprattutto inconsistente, anything goes sostiene principalmente una “Formulazione Debole” dell’estetica del quotidiano, poiché essa generalmente riconosce e rende esplicita la distinzione, di chiara matrice kantiana, tra mere considerazioni soggettive e giudizi dall’aspetto normativo. Risiede insomma nell’appro­pria­tezza, correggibilità, condivisibilità, eventuale consenso o critica, o appunto, nell’aspetto normativo di un giudizio di gusto la possibilità di preservare la cifra specifica dell’estetico, e di distinguerla, dunque, da giudizi “trincerati” in un piacere prettamente soggettivo.

Dan Eugen Ratiu in Remapping the realm of aesthetics: on recent controversies about the aesthetic and aesthetic experience in everyday life (2013) rileva una tensione metodologica tra un “Polo Debole” e un “Polo Forte” interna all’EA. Supportando anch’egli la proficuità di una posizione “Debole”, l’autore sostiene un modello “normativo ma aperto” dell’estetico che include oggetti e fenomeni sia artistici sia quotidiani, e che inserisce in un quadro analitico costituito da tre elementi implicati nel concetto di estetico: il sé, l’intersoggettività e il quotidiano. Questi sono poi sviluppati in tre tesi principali: 1) esiste un aspetto normativo dell’esperienza e del giudizio estetico comune all’arte e alla quotidianità, e tale normatività risiede in un impegno intersoggettivo che garantisca la non-banalizzazione del­l’estetico “in modalità quotidiana”; 2) il concetto di arte è un “concetto aperto” (ma che richiede comunque una certa stringenza), ed è necessario distinguere le applicazioni attualmente in uso (improntate all’eliminazione del dualismo tra arte e quotidianità) e quelle invece tipiche della modernità (improntate sulla nozione convenzionale di “belle arti”); 3) l’arte e la vita quotidiana sono interdipendenti e interagenti “nel continuo flusso esperienziale” di un cosiddetto embodied self: alle premesse monadiche-isolazioniste del “Polo Forte”, Ratiu contrappone quelle moniste del “Polo Debole”.

The promise, the challenge of everyday aesthetics (2014) di Jane Forsey, il cui focus tematico è sul rapporto tra oggetti d’u­so e individui nel quotidiano, ha come obiettivo principale l’in­dividuazione di un compromesso tra due posizioni rilevabili nel­l’EA: una “Straordinarista” e una incentrata sulla nozione di “Familiarità”. Nella pars destruens del proprio contributo Forsey evidenzia un errore categoriale commesso dai fautori della prima posizione. Affermando, infatti, che un’esperienza estetica possa scaturire soltanto da un oggetto che si distingue, in quanto inusuale, dal flusso della nostra percezione ordinaria, catalizzando così la nostra attenzione su di esso, e che il giudizio estetico relativo debba seguire il modello “arte-centrico”, essi attribuiscono agli oggetti quotidiani una significatività (che richiede interpretazione) non necessaria, sostiene l’autrice, per coglierne l’esteticità. Contro tale inesattezza, Forsey introduce la distinzione tra “valore estetico” (potenzialmente ovunque) e “valore artistico” (specifico delle opere d’arte) che le permette di intraprendere la pars costruens del discorso. Quest’ultima e­sor­disce con la constatazione di un certo potenziale della “Familiarity Stance”, la quale mira alla costruzione di un apparato teorico basato sulla rilevanza estetica del quotidiano per se, ma che tuttavia presenta delle criticità, in quanto, per non cadere nelle prescrizioni dell’estetica arte-centrica, presuppone un’at­ten­tività estetica nei confronti di tutto ciò che genera sensazioni di quiete e domesticità, e che dunque, quasi paradossalmente, non richiede particolare ricettività. Così anche l’approc­cio straordinarista, che quanto meno implica il riconoscimento positivo di un merito e non la sua presenza “per sottrazione”, mostra una certa proficuità. Elaborando infine una versione “mitigata” degli aspetti positivi delle metodologie esaminate, Forsey propone un modello teorico che coinvolge due concetti fondamentali: radicamento nel quotidiano e funzionalità. Que­st’ultima, in particolare, risulta vantaggiosa poiché, sostituendo la più problematica nozione di significato, sembra, tra l’altro, garantire la possibilità di comunicare intersoggettivamente il nostro giudizio di gusto.

 

L’ultimo testo in rassegna è Pratiche estetiche come design del quotidiano (2015) di Giovanni Matteucci. L’autore sviluppa la questione dei due principali fulcri tematici e metodologici del­l’EA enfatizzando, nella nomenclatura prescelta, “la riconsiderazione della relazione di continuità o discontinuità che vige, al­l’interno del dominio estetico, tra vita quotidiana e arte” (p. 12). A una “Soluzione Discontinuista”, viene opposta una “Soluzione Continuista”, in cui sono reperibili due opzioni operative: l’estetismo, nel suo tentativo di rendere opera d’arte la vita stessa, che dunque non contribuisce al proposito dell’EA di considerare la specificità estetica del quotidiano in quanto tale, e una lettura dell’arte come intensificazione di elementi estetici tipicamente attivi nel quotidiano. Tale seconda opzione, sostiene l’autore, sembra più fruttuosa nel suo rilevare la distinzione tra un livello “iper-estetico”, con tendenze estetizzanti, e un livello “ipo-estetico”, dalla forte valenza antropologica. In quest’ultimo sembra allora risiedere la possibilità di individuare un qualche aspetto normativo che scongiuri il rischio di “lassismo” insito nella “tendenza all’inclusione” in cui cade spesso l’EA, restia a eventuali forme di prescrittivismo. A tale normatività dell’estetico corrisponderebbe la possibilità di dialogo intersoggettivo in merito a una preferenza di gusto effettuata, la quale è estetica se “impegnata nell’ambito dell’apparenza” (p. 16) e ha un carattere peculiare poichè il criterio che la determina non è facilmente identificabile, ma non per questo avulso da tentativi di giustificarne razionalmente, espressivamente e attivamente la validità.

Gioia Laura Iannilli

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