La città a-venire: topologia della modernità

(V. Trione, Effetto città. Arte, cinema, modernità, Milano, Bompiani, 2014; R. Milani, L’arte della città. Filosofia, natura, architettura, Bologna, Il Mulino, 2015; P. De Luca (a cura di), L’a­bi­ta­re possibile. Estetica, architettura e new media, Milano-Torino, Bruno Mondadori, 2015)

 

Le superfici urbane post-metropolitane sono un luogo virtualmente planetario, privo di confini e frontiere, incartografabili. Esse tendono a indicare la propria scomparsa reale e a incitare la fuga in un a-venire nel quale rifugiarsi per acquietare il continuo senso di smarrimento che la contemporanea mania urbanistica contribuisce ad acuire. La loro peculiare natura modifica il processo analitico dell’estetica che dovrà attrezzarsi di nuovi strumenti per indagare e decifrare questo “corpo che tende a violare ogni pianificazione”, ogni mappatura, che si disloca, disintegrando il concetto stesso di luogo, e che si radica in una rete spaziale che individua la sua identità nella sola, e instabile, relazione istituita con luoghi altri e ad esso estranei.

Un valido aiuto per orientarsi in quest’“opera dell’assurdo” ci viene offerto da tre recenti volumi dedicati alle forme, agli effetti ed all’arte dell’abitare metropolitano: Effetto città. Arte, cinema, modernità di Vincenzo Trione, L’arte della città. Filosofia, natura, architettura di Raffaele Milani, L’abitare possibile. Estetica, architettura e new media a cura di Pina De Luca.

Il lavoro di Vincenzo Trione offre al lettore la possibilità di intraprendere un personale viaggio vagabondando tra gli otto capitoli\passages in cui viene messa in scena la città. Una visionaria passeggiata intorno all’eccedenza e al pluralismo degli shock metropolitani, scandita a ogni cambio di direzione da uno scatto, riportato a doppia pagina, realizzato da Gabriele Basilico per immortalare uno scenario urbano.

Svariate sono le forme espressive che mostrano la metropoli contemporanea, cucendole addosso diversi abiti per renderne effettiva la spettacolarizzazione. Prima tra tutte quella del cinema, che Trione sceglie per introdurre la sua indagine[1]. Eppure, l’autore scelto ad avviare il tragitto divulga un nostalgico controcanto urbano: l’elogio della borgata. È Pierpaolo Pasolini che celebra la “grande città” attraverso il suo contrario, la periferia fagocitata dal peso dell’assenza d’interesse e di palcoscenico. Il suo è un “addolorato canto alla città. La quale, al di là delle tante mutazioni che ne hanno alterato il volto e l’anima, rimane una tra le nostre più alte e inalienabili creazioni”.

E, così, di passages nel passage (di street ad avenue) arretriamo metaforicamente alle opere di Charles Baudelaire, nelle quali ci pare di poter individuare la creazione della moderna Parigi, il suo farsi città. Padre della modernità, Baudelaire dà conto dell’innesco di quel meccanismo che farà del mondo interno lo spazio urbano, “spazio smontabile e rovesciabile”, “accumulo di tessere lontane ed eterogenee”, dal quale scaturiscono “inediti rapporti in costante sfida al senso comune”. Il visionario dispositivo della flânerie diviene un appropriato criterio di conoscenza dell’intorno, meccanismo di collegamento tra gli stati d’eccezione del caos metropolitano, lamento in versi che in un “ahimé” condensa ed invoca l’archeologia futurista del “nuovo che avanza” lasciando crepe ed inquietudini.

Vincenzo Trione agevola il godimento del volume da lui realizzato per mezzo di un esperto montaggio dei capitoli che, a mo’ di una pellicola, assembla e rende seducentemente visibili gli inediti effetti della contemporaneità. Cinema, architettura, pittura, urbanistica, filosofia: opere e pensiero dialogano incessantemente nel comune intento di disegnare e dar voce al corpo informe del progresso urbano che sfugge al controllo di una singola disciplina.

Numerose le esemplarità, le argomentazioni ed i nomi riportati dall’autore: Mondrian, Rothko, Fontana, de Chirico e Warhol per l’arte contemporanea; Antonioni, Wenders, Argento, Scorsese e Scott per il cinema; Balzac, Baudelaire, Woolf e Calvino per la letteratura; Simmel, Benjamin, Kracauer e Nietzsche per la filosofia. E tanti altri ancora potrebbero essere ricordati correndo, però, il rischio di ridurre ad un misero elenco quella che invece è l’esauriente (ed inesauribile) mappa della metropolitana “bellezza inintenzionale”.

Il secondo volume che ci immette e trasmette i misteri della città è L’arte della città. Filosofia, natura, architettura di Raffaele Milani. Anche a esso va il merito di fornirci preziosi spunti e intuizioni sulla “nuova” bellezza delle metropoli. Proprio la bellezza, nella sua specifica accezione di categoria estetica, è il grimaldello utilizzato dall’autore per decifrare la metaforica simbologia della città metropolitana e postmetropolitana.

Le forme delle contemporanee megalopoli mettono in crisi l’ef­ficacia dei consueti interrogativi sul senso della bellezza (territoriale e non); osa l’autore: se considerassimo la città stessa a mo’ di un’opera d’arte, essa continuerebbe a produrre e diffondere bellezza? Sì! “Segno della comunità e dell’apparte­nen­za”, spazio collettivo paragonabile ad un’invenzione grafica[2], code inconnu di viaggi e vite, il territorio urbano – nel suo farsi creativamente “poetica dello spazio abitato” – è la “fertile area di speranza offerta da un’arte”, che accoglie e costruisce un ordine umano.

La città è, dunque, un’opera d’arte, che comprende “l’inter­ven­to di categorie etiche, estetiche, affettive contenute in un piano antropologico del luogo vissuto”. E, di nuovo, ci troviamo a vagabondare tra gli intrichi metropolitani, tra architettura, antropologia, arte e filosofia.

I percorsi pedonali fanno segno alle figure verbali, “la gestualità e la corporeità degli spostamenti” assumono un valore allusivo. Torna l’immagine della baudelairiana flânerie ma corredata di attributi cyborg. La tipica figura del passeggiatore moderno, difatti, non è più adatta a descrivere le peculiarità del flâneur post-metropolitano, imprigionato nel suo iPhone. L’in­dividuo post-moderno è distratto e assente, non più avvezzo al piacere del vedere e immaginare i luoghi, non più malinconicamente solitario, ma brutalmente solo. “Straniero a casa” e “familiare agli estranei”, egli pratica, forse, “una flânerie del pensiero, in un gioco delirante di proiezioni antropomorfe, passeggiando tra vie che gli sembrano arterie e vecchie mura che gli sembrano enormi spalle”.

Perduto il piacere della sosta e dell’intrattenimento, il cittadino metropolitano trova corpo nei luoghi che abita e, poieticamente, ne progetta e crea di più confortevoli e utili a soddisfare le proprie esigenze, senza smarrire per questo il senso del suo esser “arte bella”, che continua a risiedere nell’espressione ideale e pratica dell’abitare la città-mondo.

Anche Raffaele Milani esibisce, a sostegno delle tesi argomentate nel suo lavoro, numerose “prove testimoniali” che spaziano dall’arte urbana all’architettura, dalla fotografia al cinema. Immancabili ed essenziali, inoltre, le immagini di vedute urbane di cui è corredato il testo.

Il terzo lavoro dedicato alle forme della contemporanea metropoli è il volume antologico, curato da Pina De Luca, L’Abita­re possibile. Estetica, architettura, new media. Fedele ai propositi dell’omonimo convegno internazionale[3], da cui prende le mosse raccogliendone gli atti, esso si assume il compito di sperimentare saperi mobili e flessibili, contaminati tra loro nel comune intento di dar ragione alle trasformazioni radicali del nostro tempo.

Promettentemente si susseguono i saggi contenuti nel volume, che tra gli autori annoverano eminenti nomi del pensiero internazionale, tra cui Marc Augé, Giovanna Borradori, Bernard Stiegler, Francesco Casetti, Giuliana Bruno e Giacomo Marramao. A Pina De Luca va il merito di aver strutturato la complessità degli argomenti, mettendo in mostra nuovi orizzonti di senso attraverso l’analisi delle originali realtà che ridisegnano le coordinate e la fisionomia della metropoli.

L’“abitare possibile”, difatti, non risiede nell’indagare programmaticamente le nuove possibilità dell’abitare, quanto nel­l’e­splorarne ed interrogarne la riconfigurazione, lasciando dialogare ipotesi e teorie capaci di contemplare, soprattutto, l’ine­di­ta pervasività delle nuove tecnologie, le conseguenti modifiche delle sfere del sensorio e le particolari forme che va assumendo la relazionalità legata ad una creatività radicalmente interattiva.

Volgendo l’attenzione ai radicali mutamenti che la post-metropoli ha apportato, appare evidente come nell’ambito rappresentazionale avvenga solo la loro più evidente ricaduta; essi afferiscono senza alcun dubbio anche alla capacità di creare (e interpretare) strategicamente delle metafore o, per dirla politicamente, all’assetto stesso delle “nuove” città (Borradori).

Inoltre, l’evidente sparizione di ogni frontiera tra spazio pubblico e privato conferma l’ipotesi che non sia più l’indi­vi­duo a costruire lo spazio, ma lo spazio a costruire e costituire l’in­divi­duo. Va, dunque, contemplata l’insorgenza di un valido spatial turn: la svolta spaziale ci fornisce la sola chiave di accesso all’ironico contrappasso della globalizzazione (Marramao).

Nuovi orizzonti di senso vanno poi ricercati all’interno della città, attraverso l’analisi delle nuove modalità di allestimento del centro: è quello che ad esempio accade nelle grandi città “trafitte” al cuore dalla copiosa presenza di mega schermi.

Uno schermo ha la capacità di rendere praticabile un luogo, trasformandolo in vero e proprio spazio della visione. Dà senso allo spazio ed allo sguardo del passante che vi rivolge la propria attenzione per scoprirvi qualcosa che accade in uno spazio che non occupa, ma che sottoforma d’immagine gli viene incontro: “Non un ‘qui’ che si apre ad un ‘altrove’, ma un ‘altrove’ che arriva ‘qui’” (Casetti), attestazione dell’avvenuto passaggio dal­l’eterotopia, annunciata da Foucault, all’ipertopia.

Lo schermo è diventato una vera e propria condizione materiale del nostro abitare. Esso è spazio e superficie sulla quale si intessono trasformazioni e forme di relazione: è un “involucro”, una “membrana”, piano di mediazione e proiezione (Bruno).

L’attenzione del volume si sofferma, infine, sugli effetti destrutturanti che le nuove tecnologie e l’avvento della rete hanno prodotto sui termini e sui concetti sinora menzionati: l’abi­ta­re, lo spazio, la città, il confine, la superficie, lo schermo.

Suggellato l’avvenuto passaggio dall’era digitale a quella della connessione continua alla rete, del “senza fili”, dall’era del visibile all’era del tattile, è necessario indagare le esclusive qualità del corpo che abita la rete. Esso è dotato di una mente interconnessa munita di un’intelligenza connettiva che è, in prima istanza, una condizione mentale supportata e risvelata dalla rete. A sua volta, la mente interconnessa diviene ipertestuale ed abita la rete attraverso una presenza fluida del proprio sé.

La questione del sé richiama immediatamente la nostra attenzione alla questione della peculiare identità della “persona digitale” che, senza soluzione di continuità, proietta la propria identità in rete rendendola pubblica e vulnerabilmente esposta al­l’in­debita appropriazione. L’espropriazione del sé è condizionata dal capitalistico appannaggio del linguaggio della rete perpetrata a mezzo di un’urbanizzazione digitale, un’“urbaniz­za­zione automatica”. Ma se proprio l’alfabetizzazione e la scrittura perimetrano e sanciscono l’esistenza della polis e se la digitalizzazione altro non è che una forma di scrittura, allora di questa scrittura (che in quanto “testo scritto” fu definita da Platone nel Fedro pharmakon: rimedio e veleno) va stilata una farmacologia che ne contempli la tossicità e ne prescriva le terapie (Stiegler).

I tre volumi commentati sostengono, in conclusione, che per indagare la complessità della contemporanea metropoli sia necessario attrezzarsi di uno sguardo pluridirezionato, uno sguardo altro, capace di intercettare gli intrecci e le forme di ibridazione che da essa provengono, capace di distinguere e seguire i differenti movimenti che in essa si agitano e confondono.

Sara Matetich



[1] L’intero libro di Vincenzo Trione potrebbe dirsi “dedicato” o, meglio, ispirato alla modalità cinematografica di mettere in scena la città. Basti pensare al­l’o­maggio che l’autore fa a Truffaut nel titolo stesso del volume (la traduzione italiana di uno dei suoi capolavori è Effetto notte, 1973).

[2] L’analogia tra la città e la lingua fu individuata da Ludwig Wittgenstein.

[3] Tenutosi presso l’auditorium Oscar Niemeyer di Ravello dal 28 al 30 maggio 2013.

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