La filosofia della musica e le sue diverse cause

(A. Arbo, M. Ruta (sous la direction de), Ontologie musicale. Perspectives et débats, Paris, Hermann, 2014 ; F. Wolff, Pourquoi la musique?, Paris, Librairie Arthème Fayard, 2015 ; M. La Matina, Note sul suono. Filosofia dei linguaggi e forme di vita, Macerata, Le Ossa, 2014)

 

Negli ultimi anni gli studi filosofici intorno alla musica si sono sempre più emancipati dalla tradizionale questione estetica del bello musicale, non limitandosi a fornire una teoria della percezione sonora ma proponendo un’ampia e articolata riflessione sugli aspetti simbolici, antropologici e ontologici del fenomeno musicale. Costituendosi come un sapere per cause, la filosofia della musica affronta il proprio oggetto di studio da diverse prospettive, indagando le motivazioni profonde di una pratica tipicamente umana e al contempo enigmatica. In questa direzione si muovono tre volumi, pubblicati di recente in Francia e in Italia: la raccolta di saggi Ontologie musicale. Perspectives et débats a cura di Alessandro Arbo e Marcello Ruta, Pourquoi la musique? di Francis Wolff e Note sul suono. Filosofia dei linguaggi e forme di vita di Marcello La Matina.

L’ontologia musicale è un ambito di ricerca relativamente nuovo, nato in seno all’estetica anglo-americana negli anni Ottanta e successivamente sviluppatosi in contesti segnati da tradizioni filosofiche differenti. Il volume a cura di Arbo e Ruta costituisce un’importante testimonianza della penetrazione in ambito francofono del dibattito sulle modalità di esistenza del­l’o­pera musicale. Nella prima delle quattro sezioni in cui si articola la raccolta, trovano spazio contributi dedicati alla riflessione ontologica sull’oggetto musicale, considerato come esempio di entità concreta non materiale (R. Pouivet) o, in altri termini, di esistenza virtuale (F. Bisson). Nella seconda parte vengono pubblicati, per la prima volta in traduzione francese, tre articoli di Peter Kivy, Jerrold Levinson e Stephen Davies, studiosi che hanno contributo a porre la questione di un’ontolo­gi­a applicata alla musica. La terza sezione ospita saggi dedicati al tema della registrazione, banco di prova per un approccio ontologico all’arte dei suoni e fonte di ulteriori quesiti filosofici. L’ultima parte è dedicata al tema dell’improvvisazione, fenomeno tipicamente musicale che sembra mettere in discussione alcune tra le più consolidate categorie dell’ontologia della musica, come ad esempio la coppia type/token, modello/occorrenza (A. Bertinetto). I diversi contributi sono accomunati da una duplice domanda, al contempo essenziale ed esistenziale: che cos’è un oggetto musicale e, in seconda battuta, qual è la sua modalità di esistenza? Le risposte, varie ed articolate, si concentrano sul polo oggettuale del fenomeno musicale, sulla struttura sonora considerata come virtualità che si instanzia in esecuzioni, registrazioni, performance particolari.

Il caso della performance, e ancor di più quello della performance improvvisativa, pone problemi che non possono essere risolti all’interno di un’indagine ontologica, interpellando saperi diversi come la fenomenologia, la psicologia, la filosofia del linguaggio. In questa direzione si sviluppano le Note sul suono di La Matina, ampio resoconto di un ciclo di lezioni tenuto a Macerata nel 2013. L’idea centrale che anima la riflessione di La Matina è che per parlare del suono musicale sia necessario interrogarsi non solo sulle opere, ma anche sulle pratiche e sulle forme di vita coinvolte nell’esperienza del fare e ascoltare musica. Adottando categorie proprie della filosofia del linguaggio, e considerando la musica una forma espressiva potentemente simbolica, il suono viene considerato sotto due aspetti: come crocevia di significato e significante, vale a dire come enunciato e manifestazione di un atto di enunciazione. In primo luogo, il suono è il prodotto di un atto intenzionale; in secondo luogo, in esso ha luogo una sorpresa che sorpassa le aspettative del soggetto. Utilizzando la felice espressione di Elisabeth Anscombe, il suono è ciò che accade quando “I do what happens” (p. 13), ma l’attesa del suono desiderato, per via della sua stessa concretezza percettiva, viene per così dire oltrepassata. Ciò che viene in primo piano nell’esperienza musicale è dunque il significante, l’aspetto sonoro del simbolo, non riducibile all’inessenziale aspetto materiale del segno. La pratica musicale diviene così il terreno su cui rimettere in discussione alcuni pregiudizi della filosofia del linguaggio occidentale ormai sedimentati: il suono, in quanto forma simbolica, mostra come la significazione non sia semplicemente denotazione, riferimento, rappresentazione di stati di cose, ma possa e debba essere esemplificazione di una razionalità relazionale. Il suono musicale apre uno spazio di enunciazione in cui vengono convocati un io e un tu: “Il suono si manifesta all’uomo come richiamo: come significante che esprime il soggetto del­l’e­nun­ciazione” (p. 200).

Anche Wolff, in Purquoi la musique?, prende le mosse dal confronto tra linguaggio e musica: se a livello linguistico si possono distinguere elementi diversi (come sostantivi e verbi) connessi con entità extra-linguistiche distinte (oggetti ed eventi), nel “linguaggio musicale” non si hanno poli sostanziali ma solamente processi dinamici; la musica pertanto va considerata come una immaginaria “lingua” di soli verbi. Partendo da questa constatazione, interrogarsi sul perché della musica equivale a chiedersi che cosa essa sia in grado di esprimere, in quanto forma simbolica sui generis, e in che modo essa possa produrre effetti psicologici, fisici e cognitivi nell’ascoltatore. I diversi quesiti vengono affrontati nelle quattro parti del volume, dedicate rispettivamente alla definizione dell’arte dei suoni, agli effetti della musica sull’ascoltatore, al rapporto simbolico ed espressivo tra musica e mondo e al rapporto tra la musica e le altre forme artistiche. La risposta alla domanda sul perché, che si propone come obiettivo quello di spiegare la diffusione pressoché universale dell’attività musicale presso le diverse culture umane, trova il proprio punto di svolta nel concetto di comprensione. In ambito musicale, comprendere vuol dire essere in grado di cogliere la causalità interna che muove un flusso di eventi sonori. Una simile comprensione, basata sulla familiarità con i pattern melodici e ritmici e sulla possibilità di prevedere (o essere sorpresi da) gli sviluppi della trama musicale, dà luogo a un piacere di tipo particolare: il godimento proveniente dalla sensazione di padroneggiare la causalità che regge lo sviluppo di un mondo immaginario di puri eventi. In un simile sentimento di padronanza, assai raro di fronte al decorso dei fatti nella realtà quotidiana, starebbe il segreto del piacere musicale e la sua stessa finalità.

I volumi passati in rassegna illustrano da diverse angolazioni il fenomeno musicale, rispondendo – per usare uno schema classico della filosofia – ai requisiti stabiliti dalla quattro cause aristoteliche: l’indagine ontologica si interroga sull’aspetto materiale della musica, sulla modalità d’esistenza del suono, non trascurando una considerazione formale, legata all’identità del­l’o­pera e alle differenti occorrenze di essa, attuate nell’esecu­zio­ne, nella registrazione, nella partitura; l’identificazione del suono musicale come luogo dell’enunciazione in cui prendono forma un io e un tu mette in luce quella che potremmo definire la causa efficiente della musica, l’essere umano coinvolto nel­l’attività di produzione sonora e di ascolto; la più diretta tematizzazione della domanda “perché?” si dirige infine verso la causa finale della pratica musicale, che nel sentimento di padronanza trova il proprio telos. Pur nella diversità delle prospettive, i tre volumi mostrano l’avanzato stato della riflessione filosofica sulla musica, non relegando l’arte dei suoni alle idiosincrasie dei critici e degli ascoltatori, ma conferendole lo statuto di un oggetto di studio degno di analisi specifiche e puntuali. A partire da qui, sarà necessario in futuro giungere a una sintesi, proponendo una visione d’insieme che sappia compendiare e bilanciare le quattro cause della filosofia della musica.

Stefano Oliva

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