Recensione

Augustin Dumont, Aline Wiame (a cura di), Image et philosophie. Les usages conceptuels de l’image, Bruxel­les, P.I.E. Peter Lang, 2014, pp. 384

 

Il volume collettaneo a cura di Augustin Dumont e Aline Wiame raccoglie punti di vista diversi su un tema di attuale rilievo culturale e filosofico quale quello dell’imma­gi­ne. Senza voler mettere capo all’elaborazione di una organica filosofia dell’immagine, i saggi che compongono il volume si interrogano sui cambiamenti teorici e pratici dello statuto dell’immagine nei differenti regimi concettuali della storia della filosofia, da Platone fino a Deleuze. Sia pure a partire dall’analisi di autori diversi, il minimo comune denominatore dei contributi, che costituisce anche il filo conduttore metodologico della raccolta, sta nel tentativo di enucleare dalla trattazione delle differenti funzioni dell’immagine molteplici modelli del pensiero. Il che consente di tenere insieme la riflessione su autori che consapevolmente fanno dell’immagine un oggetto della loro filosofia (si pensi a Platone, cui è dedicato il saggio d’apertura) e quella su autori nei quali l’imma­gi­ne, ancorché non esplicitamente tematizzata, contribuisce proprio perciò ancor più significativamente alla performance del pensiero (si pensi a Descartes o a Spinoza, ai quali sono dedicati, rispettivamente, il terzo e il quarto capitolo).

Come si può comprendere, allora, il fatto che il volume non produca una tesi unitaria, cioè non intenda elaborare una vera e propria filosofia dell’immagine, non costituisce, in questo caso, un limite. I diversi capitoli hanno piuttosto il merito di evidenziare, in tutte le loro sfaccettature, la continuità e l’ineludibilità di una problematica che, potremmo dire, ha a che fare con lo schematismo nel senso kantiano del termine: in che modo il procedere disincarnato del pensiero ha bisogno e si confronta, volens nolens, con l’aspetto estetico dell’im­ma­gi­ne per esercitare il suo stesso officio?

Se la problematica è organica, pare relativamente unitario anche l’orizzonte di riflessione che si dischiude. Proprio nel suo rapporto con l’immagine, infatti, emerge la pluralità di modelli attraverso i quali la filosofia valorizza, finanche malgré elle, la tessitura estetica dell’imma­gi­ne come momento centrale dell’attività del pensiero. Per questo motivo, rivelando una sorta di produttivo circolo ermeneutico, l’introduzione dei curatori mette in luce come quello tra l’immagine e il pensiero sia un “movimento di andata e ritorno”.

Nel breve spazio di questa nota, si ricordino quindi alcuni dei percorsi di lettura presentati nel volume. Il saggio di Sophie Klimis, dopo aver messo in luce che, per Platone, non è l’immagine bensì il suo uso a poter essere buono o cattivo, si concentra sull’analisi del mito della biga alata, la cui costituzione è un’immagine che tuttavia non può trovare figurazione mediante la visione, bensì attraverso il pensiero. Il coefficiente operativo di questa paradossale immagine, allora, serve a Platone per elaborare un’autentica concettualizzazione dell’anima, ove la dialettica del pensiero, che ricorre necessariamente alle immagini, procede di pari passo con l’idea di un’anima immortale e disincarnata che, per essere pensata, deve tuttavia essere colta nel suo rapporto costitutivo con il corpo (p. 45). Il capitolo redatto da Odile Gilon, che analizza la ricorrenza della metafora della luce e del sigillo di cera in Agostino, sottolinea come l’immagine e la spiegazione discorsiva si integrino a vicenda, ma in un modo tale che la concettualizzazione deve sempre tornare al­l’im­ma­gine in quanto exemplum del significato universale (p. 66). Augustin Dumont analizza gli effetti di verità prodotti dall’immagine nell’uso strategico che di essa fa il procedere argomentativo di Descartes, mentre Lorenzo Vinciguerra colloca il ruolo dell’immagine in quanto traccia entro la filosofia di Spinoza al centro dell’operazione tramite la quale questi scardina la tradizione di lunghissima durata che fa del pensare un fenomeno soggettivo che avrebbe luogo solo nella nostra mente (p. 93).

Il contributo di Nathanaël Masselot si concentra sul rapporto tra immagine e Einbildungskraft nella filosofia di Kant, insistendo, contro la lettura heideggeriana, sul momento costitutivo della sintesi prodotta dall’immagi­na­zione (p. 133). Il sesto capitolo, redatto da Cristoph Asmuth, si occupa della genesi e dello sviluppo di una teoria costruttivista dell’immagine in Fichte, ove il ruolo del Bild è tutt’altro che alieno dalla dimensione della Bildung (p. 149). Dopo il contributo di Charles Théret, che mette in luce le implicazioni teologiche del rapporto tra il pensiero e l’immagine nella filosofia di Schelling, il saggio di Céline Denat mostra come Nietzsche, al di là della sua pretesa iconoclastia, faccia dell’immagine un dispositivo centrale (p. 181) che consente di pensare il fenomeno (Erscheinung) in quanto apparenza (Schein) e suggella dunque il modo in cui noi facciamo esperienza del mondo. L’immagine, pertanto, costituirebbe in Nietzsche un antidoto decisivo alla ricerca tradizionale di un ideale universale e di conseguenza conformista del vero (p. 195).

I restanti saggi, oltre che di Eugen Fink (Laurent van Eynde) e di Wittgenstein (Sabine Plaud), si occupano dello statuto dell’immagine nella filosofia francese, da Bergson (Ioulia Podoroga) a Deleuze (Aline Wiame), passando per Bachelard (Andrea Cavazzini), Sartre (Raphaël Gély), Merleau-Ponty (Emmanuel de Saint-Aubert), Casto­riadis (Philippe Caumières) e Simondon (Ludovic Duhem), ove la ricostruzione dei numerosi rimandi storico-filosofici interni non impedisce l’emergere di altrettanti modelli speculativi. In particolare, dopo aver lasciato spa­zio all’analisi di come l’immagine, in Bergson, funzioni da dispositivo preparatorio alla tematizzazione concettuale e possa servire, sulla base dello sviluppo del pensiero di Bachelard, a raccordare l’epistemologia e la poetica propriamente detta, revocando il dualismo tra il punto di vista della scienza e quello dell’estetica, il volume si concentra sull’immagine in quanto parte dell’immaginario. Mediante la figura di Merleau-Ponty, il contributo di Emmanuel de Saint-Aubert traccia l’anello di mediazione tra la filosofia francese e la fenomenologia di matrice husserliana, già trattata nel saggio su Eugen Fink e in quello su Sartre.

L’immagine in quanto declinazione dell’immaginario, in­fatti, attraversa già i manoscritti di Merleau-Ponty fin dagli anni ’40, al contempo influenzati dalla prospettiva psicanalitica e onirica di Bachelard (p. 293). Il ruolo del­l’im­magine in quanto parte dell’immaginario, in questo senso, serve a controbilanciare l’interpretazione relativamente unilaterale, e relativamente diffusa nella letteratura secondaria, di un Merleau-Ponty per il quale la verità non sarebbe che verità della percezione. Di contro a Sartre, che assolutizza la distinzione tra reale e immaginario, Merleau-Ponty è invece interessato a indagare la significativa promiscuità che si dà tra quest’ultima dimensione e quella della chair. Con i corsi del 1954-1955 dedicati al problema della passività e dell’istituzione (comparsi presso Belin nel 2003 e ristampati in edizione tascabile a fine 2015) Merleau-Ponty si sforza di pensare un senso che, lungi dall’essere determinato esclusivamente dal carattere attivo del logos, è prodotto anche da una passività ove l’im­maginario si sostituisce almeno in parte e in parte precede la percezione del reale. Di contro a una possibile deriva percettologica dell’estetica in particolare e del filosofare più in generale, Merleau-Ponty colloca la tessitura dell’immaginario tanto nel cuore dell’atto percettivo quanto al centro della ricostruzione discorsiva degli eventi praticata dal pensiero.

Anche se l’istanza dell’esaustività, denunciata dalla nu­merosità degli autori trattati, rischia di indebolire l’effi­ca­cia teorica del volume, l’omogeneità metodologica ha il pregio di rendere l’insieme dei saggi, anche individualmente utili grazie alla loro puntualità esegetica, un’op­por­tuna sollecitazione alla riflessione sul tema del­l’im­magine del pensiero. A conclusione di questa presentazione, valga la pena sottolineare l’elemento filosoficamente più problematico e insieme significativo, che non può sfuggire, di questa raccolta, cioè l’insieme di ragioni per cui i diversi percorsi mettono in luce la problematica duplicità di quel genitivo, sia oggettivo sia soggettivo.

Eleonora Caramelli

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