Rassegna

La metafora

(A. Burkhardt, B. Nerlich (eds.) Tropical truth(s). The epistemology of metaphor and other tropes, Berlin-Boston, De Gruyter, 2010; E. Gola, F. Ervas, Metaphor in focus. Philosophical perspectives on metaphor use, Newcastle upon Tyne, Cambridge Scholar Publishing, 2013; T.G. Amin, F. Jeppsson, J. Haglund (eds.), Conceptual metaphor and em­bo­died cognition in science learning, “International Journal of Science Education”, n. 5-6 (2015), pp. 745-991)

 

Molte pubblicazioni sul tema della metafora degli ultimi anni hanno la forma della collettanea: facendo seguito a occasioni di incontro, confronto e condivisione della ricerca, sono stati raccolti contributi attorno a un interrogativo comune, affrontato da diverse prospettive teoriche e disciplinari. Questa modalità di diffusione degli studi sul tema della metafora, oltre a documentare l’inte­res­se interdisciplinare verso questo argomento, sembra segnalare una fase di ricerca in fieri, dinamica, in cui viene rielaborata e approfondita l’eredità del passato e si propongono nuove tesi alla luce di nuove scoperte e tendenze. Le pubblicazioni internazionali che confrontiamo in questa rassegna sono testimoni di questa fase di elaborazione aperta: in ciascuna di esse emerge come la metafora sia non solo un oggetto di indagine condiviso da più discipline, ma anche un tema in cui si riflette la necessità di un dialogo tra i diversi saperi per ripensarne il significato e affrontarne gli interrogativi.

Citiamo per primo in ordine cronologico Tropical truth(s). The epistemology of metaphor and other tropes, pubblicato nel 2010 a cura dei linguisti Armin Burkhardt e Brigitte Nerlich. Il volume, risultato di un lavoro disseminato nel corso di oltre un decennio, raccoglie saggi di area filosofico-linguistica che propongono analisi originali e ricognizioni storiche, ponendo come questione di raccordo un interrogativo epistemologico: a partire dalla premessa per cui i tropi sono strumenti non solo retorici ma anche cognitivi, l’intento condiviso è quello di discutere il loro valore di verità. Adottando inoltre la prospettiva di ispirazione nietzscheana per cui i tropi sono costitutivi dello stesso linguaggio ordinario come prospettiva sul mondo, il secondo intento è quello di dare nuova centralità in filosofia al tema del rapporto tra linguaggio e verità.

Il libro riserva alla metafora la prima e più ampia sezione, ma dedica spazio anche a figure meno discusse in letteratura, come l’antonomasia e l’iperbole: riguardo a queste figure, la tesi più discussa è quella dell’impossibi­li­tà di attribuire loro un valore di verità quanto di falsità.

Riguardo alla metafora, i contributi condividono generalmente l’approccio della linguistica cognitiva e il rifiuto di un concetto assoluto e univoco di verità, a favore di una sua diversa declinazione come “appropriatezza”, “adeguatezza”, “probabilità”, a seconda dei contesti. Oosthuizen Mouton recupera a livello storico la possibilità di questa declinazione, facendo osservare come già l’em­pi­ri­smo di Locke valorizzava, accanto alla “conoscenza chiara e certa”, l’aspetto del “probabile”, condannando dunque non le metafore in sé per la loro pretesa di verità, ma il loro abuso (p. 34). Bazzanella e Morra danno seguito all’idea per cui le espressioni metaforiche devono essere valutate in quanto appropriate o inappropriate al loro oggetto in base a vari elementi contestuali, tra cui l’in­put globale e locale nel discorso. A questo approccio si ispira anche Norrick, il quale propone un’analisi dei composti comparativi nella lingua inglese che assumono un significato figurativo, facendo osservare che ricevono nella pratica della comunicazione una valutazione di appropriatezza.

Gli altri contributi di questa sezione mettono in relazione verità e metafora valorizzandone l’aspetto costruttivo, secondo l’assunto epistemologico di una verità relativa a strutture linguistiche e concettuali. Adottando un approccio olistico e una versione non-analogica dello schema source-target, Barnden e Wallington sostengono, ad esempio, che il valore di verità nella metafora non riguarda singole unità grammaticali, ma deve essere attribuito all’insieme delle inferenze (scenario) che possono essere derivate dal dominio di origine; è dunque il source-domain scenario che va a costituire l’autentico significato del target metaforico (p. 116). Mark Lee considera da parte sua la “mappatura” di significati disegnata dalla metafora come uno “spazio controfattuale”, la cui verità dipende soltanto dalla sua coerenza interna. Meyer condivide la critica dell’attribuzione di verità a singoli segmenti del discorso, a favore di una visione olistica: in particolare, attraverso alcuni esempi mette in luce la specificità dei verbi polisemici, le cui condizioni di verità non possono essere stabilite senza tenere conto del significato complessivo del discorso, che è anche la condizione per stabilire se il loro uso sia letterale o metaforico.

Le analisi teoriche del volume sono sapientemente integrate ad alcune interessanti ricognizioni storiche. Nel suo contributo Danblon affronta il tema della metafora come costruzione della verità, seguendo il passaggio dalla mescolanza di verità e persuasione propria della cultura classica fino alla loro separazione stabilita dall’e­pi­ste­mologia moderna.

 

L’approccio storico, gli effetti persuasivi della metafora e la sua capacità di configurare nuove strutture di significato sono elementi che ritroviamo anche nella raccolta Metaphor in focus. Philosophical perspectives on metaphor use, pubblicata nel 2013 a cura di Elisabetta Gola e Francesca Ervas. Il titolo suggerisce però come qui venga in primo piano la relazione inversa, cioè il rapporto tra la metafora e il suo contesto di emergenza: la mag­gior parte dei contributi infatti svolge un’indagine sulla metafora a partire dalla sua condizione “situata”, dal suo uso concreto, analizzato secondo parametri storici, sociologici e culturali. Ilardi e Ceccherelli, ad esempio, mostrano il carattere esemplare della metafora per la letteratura dell’Ottocento, come dispositivo cognitivo capace di anticipare la comprensione di un nuovo significato prima della sua compiuta istituzione. Altri contributi (Sobrino, Denti e Fodde) tornano invece, ancora analizzando contesti d’uso concreto, sulla capacità della metafora di condizionare la costruzione del discorso e i suoi effetti di verità: viene messo in evidenza come il dispositivo metaforico possa essere costitutivo sia della persuasione fuorviante della pubblicità sia della narrazione efficace di eventi complessi (come i meccanismi economico-finan­zia­ri), la quale possiede un effetto di ricaduta concreto sul loro stesso andamento.

Gli effetti cognitivi e reali dell’uso della metafora sono indagati anche da John Wade, che si ispira all’approccio concettuale di Lakoff per mostrare come le metafore di uso comune adottate per descrivere alcune esperienze (in questo caso, l’educazione pensata come “viaggio”) influenzino la loro comprensione a livello subconscio e orientino il modo in cui sono concettualizzate, decidendo cosa è possibile dire al loro riguardo, dunque anche come è possibile agire. Nel contributo di Galluzzo viene in luce, d’altra parte, una sorta di proprietà “transitiva”, per cui una specifica metafora – nel suo caso, la “finestra”, come dispositivo di interfaccia con la realtà virtuale – può costituire un nuovo spazio d’esperienza che a sua volta può valere come metafora e caso esemplare di una più generale visione del mondo.

Questi contributi sono introdotti dalla ricognizione storica di Fabio Tarzia, che tiene insieme entrambe le direzioni del rapporto tra metafora e contesto: in un percorso attraverso diverse culture religiose, Tarzia mostra il contributo della nozione figurativa di “spazio” per costruire un immaginario collettivo in cui si riflette e si modifica l’identità culturale di una comunità. Le sue conclusioni richiamano un aspetto già evocato in Tropical truths, cioè il carattere costitutivo della metafora per il linguaggio stesso. Il secondo capitolo recupera e sviluppa in senso teorico questa premessa, seguendo però una diversa direzione rispetto all’analisi concettuale della metafora. Ervas e Gola sostengono infatti la necessità di superare sia il riduzionismo attribuito al cognitivismo di Lakoff e Johnson sia quello linguistico, adottando la “teoria della pertinenza (relevance theory)” di Sperber e Wilson e facendo della metafora il risultato di un processo pragmatico di modulazione del significato. Viene così anche esplicitata l’impostazione teorica che fa da premessa alle indagini socio-culturali dei capitoli successivi, con le quali si intende raggiungere l’obbiettivo dichiarato in introduzione, colmare cioè la distanza tra la ricerca teoretica ed empirica sull’uso della metafora.

Il legame tra ricerca empirica e teorica e l’attenzione al­l’uso contestuale della metafora è centrale anche per la terza raccolta che proponiamo in questa rassegna. Si tratta del numero speciale della rivista “International Journal of Science Education”, Conceptual metaphor and embodied cognition in science learning, pubblicato nel 2015 a cura di Tamer G. Amin, Fredrik Jeppsson e Jesper Haglund. Come suggerisce il titolo, i contributi del volume si collocano nell’ambito degli studi sull’apprendimen­to dei concetti scientifici (soprattutto della fisica, ma anche della biologia, della chimica, etc.) secondo la prospettiva della cognizione incarnata (embodied cognition) e attraverso l’uso di metafore concettuali. Obbiettivo del volume è quello di offrire uno stato dell’arte per questo specifico settore di studi, presentando un corpus di contributi che corrispondono ad altrettanti programmi di ricerca e incoraggiando nuovi sviluppi.

I contributi condividono come premessa due assunti della teoria dell’embodied cognition, ciascuno integrato in un diverso indirizzo della linguistica cognitiva: da una parte, l’assunto per cui i processi mentali sono radicati in strutture che emergono dall’esperienza senso-corporea, che rinvia alle teorie linguistiche di Lakoff e Johnson; dall’altra, l’assunto per cui il processo cognitivo astratto può avere come supporto la struttura di oggetti fisici e/o simbolici, che svolgono secondo la blending theory di Faucunnier e Turner una funzione di semplificazione per l’ap­pren­dimento.

Il ruolo centrale attribuito alla metafora è un corollario di entrambe queste prospettive: secondo la teoria concettuale di Lakoff e Johnson, integrata agli studi di Raymond G. Gibbs, la metafora costituisce il risultato del­l’ap­plicazione di un image-schema (espressione di un’e­spe­rienza senso-motoria) al concetto astratto di cui si richiede la mediazione per l’apprendimento; secondo Faucunnier e Turner, la metafora è uno dei dispositivi che istituisce uno spazio di “integrazione”, “miscela concettuale” che incorpora nessi impensabili nei due domini di partenza, permettendo un’innovazione cognitiva.

Nei contributi ospitati dal volume la metafora viene dunque analizzata come dispositivo cognitivo rivolto a specifiche esigenze di apprendimento nella didattica delle scienze. L’ambito educativo può rappresentare, in questo contesto, un luogo di mediazione tra l’approccio della prima collettanea che abbiamo presentato, in cui prevale l’analisi teorica cognitivista, e quello del secondo volume, che concentra l’attenzione sul contesto d’uso della metafora. Il problema teorico-filosofico torna centrale nel contributo di Amin – uno dei curatori dell’issue – che chiude il volume con una ricognizione degli studi più recenti sull’efficacia del dispositivo metaforico per l’ap­pren­di­mento delle scienze: l’intento è quello di mettere in luce il contributo di questa ricerca allo studio del “cambiamento concettuale”, ma anche di sollevare l’esi­gen­za di istituire un’esplicita e condivisa nozione di “concetto” nell’ambito della ricerca sull’educazione scientifica.

Alice Giuliani

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