Rassegna

La rilevanza estetica della moda

(M.R. DeLong, Biblio guides. Aesthetics of dress, Berg Fashion Library, 2016,  http://www.bergfashionlibrary.com/

page/Aesthetics$0020of$0020Dress/aesthetics-of-dress; G. Matteucci, L’artificio estetico. Moda e bello naturale in Simmel e Adorno, Milano-Udine, Mimesis, 2012; L. Svendsen, Filosofia della moda, Parma, Guanda, 2006; E. Wilson, Vestirsi di sogni. Moda e modernità, Milano, Franco Angeli, 2008)

 

Com’è stato notato, “malgrado il rapporto tra moda e modernità rappresenti, a ben vedere, un denso tema filosofico, è davvero scarso il numero dei filosofi importanti del Novecento che se ne sono occupati con significativa attenzione” (p. 11). Fino a poco tempo fa, in effetti, la letteratura filosofica sull’argomento risultava ancora un po’ esigua, anche se è possibile notare come proprio negli ultimi anni sia emersa, in maniera forse ancora un po’ timida ma nondimeno significativa, una certa tendenza a occuparsi seriamente di un fenomeno come la moda che, a prescindere dalle opinioni che ciascuno può legittimamente avere al riguardo, è in ogni caso rilevante per la comprensione della nostra epoca. Chiaramente, nel contesto di un’analisi filosofica della moda ad emergere è soprattutto l’aspetto estetico. Infatti, l’inerenza al campo della moda di questioni tipiche dell’estetica filosofica, come quelle della bellezza, del gusto, della raffinatezza, dello stile, dell’eleganza, della perfezione, della “sociabilità estetica” ma, al contempo, anche dell’eccentricità, dell’individualità, dell’originalità e della dialettica antinomica conformismo/libertà, rende legittimo praticare un’“a­nalisi della moda come fenomeno estetico” (Carchia e D’Angelo 1999: 185-6, corsivo mio). E, a testimonianza di quella che possiamo chiamare dunque la rilevanza estetica della moda, è possibile citare svariati lavori recenti, come quelli, ad esempio, riportati da una studiosa attiva in questo campo, Marilyn DeLong, in una sua utile rassegna online sull’argomento intitolata appunto Aesthetics of Dress (2016). Nel presente contributo, comunque, i libri su cui mi soffermerò sono Filosofia della moda di Lars Svendsen e Vestirsi di sogni. Moda e modernità di Elizabeth Wilson.

Il primo testo, la monografia Filosofia della moda (2006) del filosofo norvegese Lars Svendsen, ha come scopo fondamentale quello di lavorare soprattutto sul “discorso sulla moda” (p. 10). Come spiega lo stesso Svendsen, infatti, a contare realmente “in un’indagine filosofica sulla moda” è, più che l’analisi empirica di specifici stili o tendenze o più che l’indagine sulle implicazioni psicologiche o sociali della moda (che pure, chiaramente, possono essere di grande interesse), la ricerca del “suo senso” (p. 18). Nel porsi alla ricerca di quello che egli chiama appunto “il concetto di moda” (p. 9), Svendsen chiarisce di dubitare della proficuità di un approccio come quello basato sulla definizione tradizionale di un fenomeno in termini di condizioni necessarie e sufficienti, ovvero di identificazione di una specifica proprietà, non essendogli riuscito di trovare neanche “un solo tentativo convincente di individuare tale proprietà” nel caso della moda (p. 13). Per tale ragione, egli ritiene “più adatto al [suo] scopo studiare il termine in base a ciò che Ludwig Wittgenstein denomina ‘somiglianze di famiglia’”, ovvero sviluppare un inedito “approccio wittgensteiniano al con­cet­to di moda” che, fra le altre cose, “rende necessario l’im­piego di esempi” (p. 14) e che, per tale motivo, rende l’in­dagine di Svendsen decisamente ricca e per nulla disancorata dalla pratica effettiva della moda. Lo sviluppo di una tale ricerca del concetto o, se si vuole, dell’essenza della moda ha luogo principalmente nel secondo capitolo, intitolato Il principio della moda: il nuovo e interpretabile come la base teorica dell’intero libro, rispetto al quale i capitoli successivi rappresentano per così dire delle applicazioni riferite a diversi campi tematici, come quelli di moda e linguaggio, moda e corporeità, moda e arte, moda e consumo, o infine moda e ideali di vita. La tesi fondamentale di Svendsen è che “a un oggetto di moda per principio non si richiede alcuna caratteristica precisa oltre all’essere nuovo”: nella moda è “sufficiente che qual­cosa sia nuovo. Il nuovo si afferma come autofondan­te” (p. 28).

Ai fini del presente discorso sulla rilevanza della moda per l’estetica è soprattutto il sesto capitolo del libro, intitolato La moda e l’arte, ad apparire di un certo interesse. Qui, infatti, Svendsen si confronta con il tema, spesso al centro delle ricerche nel campo dei fashion studies, del rapporto tra queste due attività. In modo rapido ma non superficiale Svendsen ricostruisce le tappe fondamentali di tale rapporto, dall’emancipazione tardo-ottocentesca del­l’haute couture dal mero artigianato sartoriale allo sviluppo delle prime ibridazioni fra i due campi con le collaborazioni fra stilisti e artisti per la produzione di abiti ispirati a precise correnti d’avanguardia, fino ad arrivare allo stadio finale, per così dire, della promozione dell’arte contemporanea da parte delle “aziende di alta moda”, con l’esposizione di abiti di moda “proprio in […] istituzioni” come musei e gallerie d’arte. Istituzioni che, scrive Svendsen non senza un pizzico di ironia, “si suppone abbiano la capacità ‘magica’ di trasformare oggetti normali in qualcosa di più elevato: ‘arte’ appunto” (p. 104). Senza ricostruire qui l’intera trama delle relazioni fra arte e moda – che, spiega Svendsen, “nel corso del XX secolo […] si sono comportate come due vicini che a volte vanno d’a­mo­re e d’accordo e altre volte non sopportano l’uno la vista dell’altro”, o più precisamente hanno stabilito una “relazione di vicinato” caratterizzata da una notevole “asimmetria” (pp. 106-7) – l’aspetto da segnalare è che, per il filosofo norvegese, la moda oggi “sembra essere […] in qualche misura costretta a fingere di essere un’avanguar­dia per potersi vendere alle masse” (pp. 112-3), mutuando ad esempio dal mondo dell’arte contemporanea strategie provocatorie e stilemi che, però, per Svendsen appaiono ormai irrimediabilmente invecchiati. “L’estetica trasgressiva è presente nell’arte da così lungo tempo che [certe] performance” giudicate scioccanti nel campo della moda “avrebbero a malapena provocato una qualche reazione in gran parte degli eventi artistici”: ovvero, “in un contesto artistico [esse] risulterebbero alquanto inoffensive” (p. 112). In maniera molto netta Svendsen afferma quindi che “persino la moda più pionieristica e innovatrice è in ritardo rispetto all’arte […]. Valutata come arte, la moda è senza mezzi termini molto poco alla moda. […] A grandi linee la moda – se dobbiamo considerarla arte – è un’ar­te piuttosto poco significativa”. Per dirla con una formulazione paradossale, “l’arte ha continuato a essere di moda, mentre quest’ultima sembra sostanzialmente es­sere uscita di moda ogni volta che ha voluto essere considerata arte” (pp. 118, 120, 122).

Una visione più aperta e positiva si può trovare invece nel libro di Elizabeth Wilson Vestirsi di sogni (2008). A differenza di Svendsen, Wilson non adotta un metodo specificamente filosofico, bensì “un approccio intriso di estetica, teoria sociale e politica”, dall’“evidente carattere interdisciplinare” (p. 293), in grado di attingere a risorse provenienti dalla storia, dai cultural studies e da varie scienze socio-umanistiche. Negli undici capitoli in cui si articola il libro (preceduti da una lunga e significativa introduzione) l’autrice si sofferma su numerosi argomenti, come le varie teorie dedite alla “giustificazione” dello studio se non dell’esistenza stessa della moda, o come i rapporti fra moda ed erotismo, fra moda, genere e identità, fra moda e vita urbana, fra moda e cultura popolare, fra moda e controcultura, fra moda e progetti utopici di riforma della società, fra moda e femminismo (argomento particolarmente caro a Wilson) o come, infine, certe problematiche attuali relative all’abbigliamento nel contesto della globalizzazione e dei rapporti fra civiltà diverse. Ai fini del presente discorso ciò che conta è soprattutto che, nel soffermarsi su tali e tanti argomenti diversi (seppure ovviamente collegati fra loro), Wilson sottolinei a più riprese la centralità della dimensione estetica ai fini di un’adeguata comprensione di ciò che rende la moda così significativa pur nella sua superficialità e futilità. Uno degli aspetti essenziali emersi nel XX secolo è infatti quello della “moda come arte” connessa “sia all’evoluzio­ne degli stili […] nell’arte ‘elevata’ e di avanguardia” che, al contempo, “alla cultura e al gusto popolari” (p. 22). La moda si configura allora per Wilson come “una branca del­l’estetica, dell’arte della società moderna. […] Correlata com’è sia alle belle arti, sia all’arte popolare, è una sorta di arte performativa” (p. 73, corsivo mio). La moda, leggiamo ancora in Vestirsi di sogni, “è una delle molte forme di creatività estetica che rendono possibile l’esplora­zio­ne di alternative”: “è una forma d’arte e un sistema sociale simbolico” (p. 258). A suo giudizio, però, ciò sfugge a coloro che, ancora oggi, si sforzano di comprendere la moda secondo un’unica chiave di lettura psicologico-sociale, giacché questo li spinge a trascurare “la dimensione storica cruciale della moda” che è proprio quella condensata nel suo “elemento estetico vitale”. L’ab­bi­gliamento, in questo senso, viene esaminato da Wilson soprattutto “come fenomeno culturale”, come “un mezzo estetico per l’espressione di idee, desideri e credenze” (p. 22). Ovvero, come qualcosa che appartiene al “regno dell’estetica”, come “un mezzo di espressione estetica serio” e rilevante (pp. 253, 282).

Questa idea, assumibile come una delle tesi fondamentali del progetto teorico di Wilson, viene quindi accennata o approfondita in diversi modi nel corso del libro. Così, ad esempio, nell’ottavo capitolo l’autrice sviluppa un’interessante analisi della moda in rapporto a branche dell’arte e della cultura di massa come la fotografia, il cinema, la popular music e il ballo, laddove nel nono capitolo si cimenta in un esame originale delle mode controculturali del Novecento (lette soprattutto in connessione a diversi stili musicali pop-rock) in relazione al­l’archetipo estetico del dandy ottocentesco assunto come ambigua espressione “tanto [di] diversità e disimpegno quanto [di] ribellione” (p. 213). Altrove Wilson si sofferma poi, in maniera un po’ fugace ma non per questo non significativa, sul rapporto moda/bellezza – scrivendo che, proprio come l’arte, la moda è soggetta al­l’“im­portanza dell’esagerazione e dell’estremo negli stan­dard di bellezza contemporanei”, con l’assunzione di un valore “fondamentale per la sensibilità moderna”, nel Novecento, da parte dell’“estetica del brutto” (pp. 145-6) – e, ancora, sul rapporto moda/etica – affermando che, “come tutta quanta l’arte”, anche la moda “ha una relazione difficile con la moralità e corre sempre il pericolo di essere denunciata come immorale. Tuttavia, come tutta quanta l’arte, è più probabile che diventi ‘immorale’ al massimo quando più si avvicina alla verità. […] L’arte è sempre in cerca di nuovi modi per illuminare i nostri dilemmi; ed è ciò che fa anche l’abbigliamento” (p. 260). Di particolare importanza, comunque, sono alcune riflessioni di Wilson sul rapporto specifico tra moda e arte contemporanea. Con toni accostabili a quelli di Svendsen anche Wilson spiega infatti che “il destino di tutte le mode” sembra essere quello di “descrivere una traiettoria che parte dallo scandalo per finire nella banalità” (p. 128), in particolare nel caso dell’accoglimento di stilemi aggressivi mutuati dalle avanguardie artistiche. Tuttavia, nelle pagine finali di Vestirsi di sogni, affrontando la questione della “vaghezza dei confini tra arte e moda”, Wilson ribalta l’idea dell’irrilevanza e insignificanza della moda dovute al suo “finto” carattere avanguardistico e afferma che, “invece di arrendersi al facile preconcetto che preoccuparsi della moda sia per forza di cose indice di frivolezza”, in un’epoca come la nostra, “ossessionata dall’immagine, dallo stile e dalla superficialità”, proprio nel campo della moda “questi mezzi possono essere sovvertiti […] per mettere in scena una critica dell’effime­ro che essi stessi contemporaneamente creano” (pp. 284-5). Ecco allora che, a suo giudizio (e, in qualche modo, a differenza di Svendsen), la moda, “nel riciclare gli sti­li, […] riscrive la storia esteticamente”, di modo che proprio essa, “la più emarginata fra le arti”, si scopre situata “nel cuore della storia” al massimo grado. “Disprezzare la moda perché frivola”, per Wilson, si rivela essere allora “l’atteggiamento in assoluto più frivolo” (p. 292, corsivo mio).

Stefano Marino

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