Recensione

Gernot Böhme, Ästhetischer Kapitalismus, Frankfurt a.M., Suhrkamp, 2017

 

Il filosofo tedesco Gernot Böhme è già noto ai lettori italiani perlomeno per il libro Atmosfere, estasi, messe in scena. L’estetica come teoria generale della percezione (Milano, Marinotti, 2010). I saggi raccolti nel volume che prendiamo qui in considerazione, Ästhetischer Kapitalismus (articolato in sette capitoli, di cui i primi quattro presentano la “teoria del capitalismo estetico” e gli ultimi tre le sue “manifestazioni tangibili”), hanno il pregio di mostrare, sulla scorta della Kulturkritik francofortese, l’indissolubilità del legame tra capitalismo ed estetica, tra modi di produzione e forme di vita.

Se Hegel indicava nel “sistema dei bisogni” (System der Bedürfnisse) l’origine dei rapporti economici della società civile, Böhme osserva come questa spiegazione si riveli del tutto incapace di afferrare la specificità della fase di sviluppo capitalistico iniziata negli anni Cinquanta, caratterizzata invece dalla trasformazione dei bisogni (Bedürf­nisse) in desideri (Begehrnisse). È proprio durante questo periodo storico che, una volta esauritasi la spinta propulsiva della produzione di beni legata alla soddisfazione dei bisogni fondamentali, il capitalismo si è visto costretto a rimodellarsi sulla base della produzione dei desideri, i quali, proprio per la loro costitutiva impossibilità di essere realizzati pienamente, garantiscono la prospettiva di una crescita economica potenzialmente infinita. Quello che Böhme chiama “capitalismo estetico” è dunque un modo di produzione che, per potersi mantenere in vita, è obbligato a moltiplicare i desideri, i quali, lungi dall’esaurirsi nella semplice riproduzione della vita – caratteristica che, invece, appartiene ai bisogni fondamentali – aprono alla possibilità di un potenziamento, di un incremento indefinito della vita stessa (Steigerung des Lebens).

Di conseguenza, il surplus di consumo che il “capitalismo estetico” genera non è legato primariamente alla produzione di oggetti di lusso, ma alla sua capacità di offrire un’esperienza di accrescimento degli stimoli vitali. Il “capitalismo estetico”, secondo Böhme, è innanzitutto un “fenomeno ubiquitario di estetizzazione del reale” (p. 26) che riguarda l’insieme delle attività il cui fine è quello di conferire un fascino, un senso di irradiazione o, se si vuole, una sorta di aura (Ausstrahlung), ovvero un’atmosfera (Atmosphäre), a luoghi, paesaggi, merci, persone, città, edifici. Il “lavoro estetico” (ästhetische Arbeit) coinvolge dunque tutti quegli atti di creazione da cui risultano oggetti che trascendono la mera “cosalità” (Dinglichkeit), il loro puro essere adatti a degli scopi (Zweckdienlichkeit). In questo senso, il “lavoro estetico” può essere svolto da un’artista come da un semplice imbianchino, da un designer o da uno scenografo, da un architetto come da un pubblicitario.

Per indicare l’eccedenza propria di questi oggetti “estetizzati” Böhme ricorre alla terminologia adorniana e parla di “valore di messa in scena” o, se si vuole, di “inscenamento” (Inszenierungswert): un concetto, quest’ultimo, che consente di ampliare la dicotomia marxiana di “valore d’uso” (Gebrauchswert) e “valore di scambio” (Tauschwert). Gli oggetti prodotti dal “capitalismo estetico”, infatti, non sono finalizzati ad un uso specifico, ma traggono il loro valore dal fatto di “inscenare”, ossia di rendere manifesta agli altri, la propria personalità, il proprio stile di vita, l’appartenenza ad un gruppo, offrendo così un godimento di tipo performativo.

Il merito di questa breve raccolta di saggi non sta solamente nell’aver individuato il carattere specifico delle merci contemporanee, ma soprattutto nell’aver esteso il fenomeno dell’estetizzazione a diversi ambiti disciplinari coinvolgendo l’architettura, la sociologia e, non da ultimo, l’economia. Böhme chiarisce come gli effetti del “capitalismo estetico” possano interessare anche i centri commerciali, ultima frontiera dello svago che moltiplica gli stimoli sensoriali attraverso luci, fontane, piante, musica, producendo così una nuova figura sociale: il flaneur postmoderno, non più necessariamente appartenente ad una classe agiata, ma caratterizzato dall’abitudine di sostare a lungo nei centri commerciali, ormai divenuti luoghi di entertainment per eccellenza.

L’estetizzazione, inoltre, investe anche il processo di produzione delle merci: è il caso della Gläserne Manufaktur di Dresda, scintillante edificio in vetro che, fungendo da teatrino, mostra a possibili acquirenti il processo di montaggio del modello “Phaethon” della Volkswagen. Una vera “messa in scena”, appunto, che rimuove la sgradevole vista del reale processo produttivo, caratterizzato dal fastidioso chiasso dei macchinari e dalla “inestetica” fatica degli operai. Lo stesso vale per le facciate degli edifici, trasformatesi in “superfici di marketing” (Marketingfläche) deputate a rappresentare l’attività dell’azienda che ospitano. Ma sono soprattutto gli spot pubblicitari che rendono massimamente chiara quella che l’autore chiama, con un termine quanto mai significativo, “docilità” (Gefügigkeit) delle merci: nella loro stessa forma narrativa, che rivela l’oggetto pubblicizzato solo alla fine, viene reso manifesto come il potere delle merci consista essenzialmente nella creazione di un immaginario seducente, nella promessa di un’in­ten­sificazione dell’esperienza, vero e proprio propulsore del “capitalismo estetico”.

Olimpia Malatesta

 

 

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