Recensione

Peter Kivy, De gustibus. Arguing about taste and why we do it, Oxford, Oxford University Press, 2015

 

L’adagio latino secondo cui de gustibus non est disputandum rappresenta per l’estetica un inevitabile punto di partenza, sia che se ne riconosca la veridicità, sia che se ne stigmatizzi il semplicismo, considerandolo l’espressione di una poco avvertita adesione all’opinione comune. Già Kant, nell’esposizione dell’antinomia del gusto (Critica del giudizio, §56) si sofferma sui due luoghi comuni secondo cui “ognuno ha il proprio gusto” e, per l’appunto, “del gusto non si può disputare”, notando come a questi due manchi “una proposizione, che veramente non è passata in proverbio”, secondo cui “sul gusto si può contendere (sebbene non si possa disputare)”. Quest’ultima affermazione, tuttavia, destituisce di fondamento il primo luogo comune, secondo cui à chacun son goût, dal momento che riafferma la possibilità di un accordo, sebbene non basato su un concetto determinato.

Senza addentrarci nella soluzione kantiana dell’antinomia, notiamo come la riflessione si concentri sulla possibilità o impossibilità dell’accordo e sullo statuto del giudizio di gusto, senza andare a toccare un altro interrogativo: quale sarebbe il motivo per impegnarsi in una disputa estetica? Perché effettivamente ci capita di discutere in materia di arte? Intorno a questo genere di domande ruota l’ultimo libro di Peter Kivy.

La riflessione del filosofo americano parte da una constatazione di base: “We are, indisputably, disputatious animals” (p. X). Che si sia d’accordo con l’adagio latino o meno, di fatto gli esseri umani si impegnano in discussioni – talvolta molto accese – riguardanti il significato e il valore di quelle che reputano essere opere d’arte. Per questo motivo la domanda circa il perché di tali dispute diventa ineludibile.

A poco serve negare l’oggettività della bellezza, come fanno – seppur con significative differenze – Hume (cap. 1) e Kant (cap. 2), secondo i quali, in sede estetica, quelle che erroneamente vengono individuate come proprietà ascrivibili agli oggetti costituiscono in realtà le risposte sentimentali dell’osservatore. In entrambi gli autori, infatti, la domanda relativa al perché delle dispute estetiche rimane senza risposta.

Si potrebbe immaginare, scrive Kivy, che in ultima analisi si discuta per ottenere il consenso altrui: in questo caso saremmo spinti da un sentimento di benevolenza (vogliamo portare gli altri a godere di ciò di cui noi stessi godiamo) o per motivi di interesse (per spingere gli altri a determinate azioni). Quest’ultima motivazione andrebbe nella direzione di quella che Kivy chiama “emotive theory of ethics” o “expressivism” (cap. 3), secondo cui, come sostiene ad esempio A.J. Ayer, gli enunciati etici non esprimono proposizioni sensate, poiché non hanno contenuto fattuale. Essi mirerebbero dunque a esprimere un punto di vista e a influenzare il comportamento altrui. Ma, immaginando un’analoga “emotive theory of aesthetics”, che tipo di azioni potrebbe voler suscitare un entusiasta ammiratore di Bach o un instancabile denigratore della neo-avanguardia? Kivy rigetta il parallelismo come implausibile (cap. 5): in fondo, a chi non condividesse la passione per la musica barocca, l’ammiratore di Bach potrebbe tranquillamente rispondere con un’alzata di spalle (cap. 6). Se gli enunciati proferiti in sede estetica non hanno contenuto fattuale ma sono semplici espressioni di sentimenti soggettivi, cui peraltro manca una chiara ripercussione in sede pratica, allora non ha senso discutere in fatto di gusti. Ma, di nuovo, è proprio questo ciò che abitualmente facciamo.

La soluzione proposta da Kivy chiama in causa un “moral impulse that impels us to bring others around to our aesthetic and artistic attitudes” (p. 57). Questo impulso morale (Kivy dedica il cap. 7 a una disamina del problema posto dall’arte “immorale” e il cap. 8 alla problematica equazione tra cattivo gusto e vizio, buon gusto e virtù) va nella direzione di un realismo estetico, per cui il tentativo di persuasione messo in atto non vorrebbe semplicemente manifestare e affermare un’attitudine soggettiva, ma al contrario vorrebbe portare l’interlocutore a riconoscere uno stato di cose (“matter of fact”).

Il punto, tornando alla filosofia del XVIII secolo, è che la struttura del nostro linguaggio ci induce ad attribuire proprietà estetiche agli oggetti, disponendoci ad abbracciare una posizione “naturalmente” realista. Ma mentre per Kant – nella ricostruzione di Kivy – chi afferma la bellezza di un oggetto non crede veramente a ciò che dice (il giudizio di gusto è al contempo soggettivo e universale), per pensatori come Thomas Reid l’orientamento realista è uno stabile dato antropologico: noi realmente crediamo che l’oggetto in questione sia bello.

Ecco dunque la soluzione proposta da Kivy (cap. 11): “We think beauty is a real property of objects and that when we disagree about matters of the beautiful we are disagreeing about matter of fact” (p. 95). Il dissidio estetico è solo un caso specifico del più generale dissidio per stabilire come stanno le cose nel mondo (e, secondo Kivy, le dispute per così dire fattuali non hanno bisogno di altre spiegazioni, poiché gli uomini naturalmente hanno interesse a decidere della verità o falsità delle proposizioni che pronunciano).

Le verità che si hanno di mira in sede estetica possono riguardare il senso e dunque l’interpretazione di un’opera (cap. 12), le sue proprietà intrinseche, che si offrono in sede di analisi (cap. 13) o le sue qualità artistiche, vale a dire gli aspetti valutativi (cap. 14). In tutti questi casi, le parti coinvolte nella disputa credono che le proprietà attribuite agli oggetti abbiano una corrispondenza nella realtà, sebbene non è necessario che questa credenza sia ontologicamente fondata. A meno che non siamo degli scettici humeani o non abbracciamo la cosiddetta “error theory”, secondo cui “normative judgments are beliefs that ascribe normative properties, even though such properties do not exist” (p. 156); quando attribuiamo una proprietà estetica a un oggetto noi crediamo a ciò che diciamo, e tanto basta per muoverci alla discussione.

L’esito della riflessione di Kivy è originale, sebbene non produca una reale rottura con la tradizione filosofica: lo spostamento che egli compie dal piano ontologico a quello della credenza permette infatti di affermare un realismo estetico che ha una validità potremmo dire antropologica, ma che non dice nulla sulla costituzione della realtà in cui ci muoviamo. In primo luogo, Kivy revoca la distinzione tra fatti e valori per quel che riguarda l’estetica: anche in questo campo si ha a che fare con giudizi riguardanti fatti (o almeno quelli che vengono ritenuti tali). Ma l’autore non si schiera contro la tradizione kantiana, non trasforma cioè il realismo delle credenze in un genuino realismo ontologico: “Whether aesthetic realism and art realism are true, I have argued, is irrelevant” (p. 160). Di fatto, in ambito estetico noi ci comportiamo come se discutessimo di fatti; che esistano entità definibili come “qualità estetiche” rimane del tutto impregiudicato.

La dimostrazione del realismo estetico viene rimandata a un altro libro o, come scrive l’autore in maniera tristemente consapevole, a un’altra vita. Venuto a mancare recentemente, Kivy consegna a questo libro il suo lascito filosofico, un insegnamento teorico che ha anche il valore di una testimonianza etica: solo ciò che riteniamo vero – a torto o a ragione – può motivare il nostro impegno al confronto e alla discussione.

Stefano Oliva

 

 

© 2017 The Authors. Open Access published under the terms of the CC-BY-4.0.

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