Recensione

Lothar Pikulik, Ästhetik des Interessanten. Zum Wandel der Kunst- und Lebensanschauung in der Moderne, Hildesheim-Zürich-New York, Georg Olms Verlag, 2014

 

Il volume di Lothar Pikulik costituisce un significativo avanzamento nella comprensione della categoria estetica di “interessante”. Allo scopo, Pikulik attinge a una vasta serie di testi, dalla filosofia alla letteratura, effettuando un’indagine molto particolareggiata non solo dal punto di vista specialistico, ma anche per la storia intellettuale in generale. Nella breve premessa, Pikulik mette in chiaro i presupposti della sua ricerca, innanzitutto il rapporto tra il bello e l’interessante. Se il bello piace, l’interessante stimola: non che il bello non possa essere anche interessante, ma, se così è, allora anche il bello dovrà necessariamente esercitare un qualche stimolo. Del pari, potrà essere interessante anche ciò che bello non è, come il brutto, lo spaventoso e persino il cattivo. Di contro a un bello in senso kantiano, sistematicamente sterilizzato da ogni bisogno, l’interessante è in grado di attivare il pungolo del desiderio, e dunque risulta strettamente legato alla dimensione esistenziale del soggetto. Ciò consente di considerare l’interessante come una categoria presente tanto nell’arte quanto nella vita, nella misura in cui permette di esprimere un appetito che richiede di essere soddisfatto, e che, per altro verso, resta attivo solo in quanto non ancora del tutto appagato.

A partire da queste chiarificazioni semantiche, Pikulik divide il proprio lavoro in due parti: nella prima l’Autore intende abbozzare il contesto storico in cui questa idea si sviluppa, tracciando un arco che dall’età dei Lumi giunge sino al ventesimo secolo. Nella seconda parte, il punto sarà quello di addurre una serie di esempi che consentono di mettere alla prova l’ipotesi di una nuova valorizzazione di arte e vita nel segno dell’interessante.

La prima parte inizia dunque con una breve nota terminologica sulla parola “interesse”, in cui si sottolinea il suo statuto mediano tra soggetto e oggetto. Ma come deve essere fatto l’oggetto per interessare il soggetto? Pikulik sostiene che in esso si debba scorgere una componente “erotica”, capace di far apparire l’oggetto in una luce straniante e insolita, in modo da attivare la tensione del soggetto. Da questo punto di vista, la presenza di un “interesse sentimentale” dei Moderni per l’ingenuo teorizzata da Schiller sarà riconducibile alla perdita del rapporto immediato con la Natura, e dunque anche con la realtà abituale. Ma la questione dell’interessante ha radici ben più ampie, se è vero che neppure le scienze ne sono immuni, nella misura in cui – afferma Pikulik in riferimento a Erkenntnis und Interesse di Habermas – le scienze sono ancorate nel terreno dei concreti interessi vitali dell’uomo.

Appurata la vastità dello spettro semantico dell’interessante, il volume inaugura il proprio percorso storico con la discussione della Teoria generale delle Belle Arti (1771-1774) di Sulzer e dal saggio sull’in­te­ressante di Schopenhauer. Entrambi gli autori concordano sul legame dell’interessante con la volontà e la disposizione all’azione. Se Sulzer insiste sul coinvolgimento emotivo fornito da ciò che le arti presentano come interessante, Schopenhauer intende tracciare una distinzione tra le arti in cui domina la bellezza disinteressata e la poesia, in particolare drammatica ed epica, in cui prevale la mozione della volontà, e dunque l’interessante.

La tesi di Pikulik è che rispetto alla tradizione classica di un bello oggettivo, già nel Settecento si comincia a sperimentare una sorta di interiorizzazione, e dunque di soggettivizzazione, della bellezza. Proprio all’interno di una simile transizione si colloca il successo di cui la nozione di “interessante” gode sin dalla fine del diciottesimo secolo. Sebbene non reciprocamente esclusivi, tuttavia, bello e interessante sono spesso in un rapporto conflittuale. A sottolineare la diversità di fondo dei due concetti non è solo Kant, per il quale l’interesse pregiudica la purezza del giudizio di gusto. Nel suo celebre scritto Über das Studium der griechischen Poesie (1797), in effetti, Friedrich Schlegel non solo fa dell’interessante una categoria tipicamente moderna di contro al bello classico, ma permette di vedere in essa i sintomi di quello spostamento di focus dell’estetica dalla dimensione essenzialistica dell’arte alla dimensione effettuale.

È su questo elemento che Pikulik insiste con particolare cogenza, rivelando che la comparsa della nozione di interessante nel dominio estetico tra Sette e Ottocento è strettamente connessa con una rinnovata attenzione per il fruitore e per la sua costituzione psicologica, che fa tutt’uno con l’imporsi del soggettivismo. Se il soggettivismo rappresenta la cornice teorica all’interno della quale si colloca l’este­ti­ca dell’interessante, però, esso non può evitare il corrispettivo negativo della noia. Proprio perché la dinamica interna dell’interesse implica una tensione senza appagamento, pena la perdita del desiderio che la anima, la noia sarà il pegno da pagare per vedere infine soddisfatto il nostro slancio verso l’oggetto – un pegno che potrà essere riscattato a sua volta solo dall’innesco di un nuovo e innalzato interesse, in un circolo vizioso già individuato con chiarezza da Schopenhauer. Se tale circolo porta giocoforza ad alzare la posta dell’interes­san­te, non a caso assimilato a una droga dall’Autore, non stupisce che gli antidoti al taedium vitae non si limitino solo al facile sensazionalismo, ma giungano anche all’apologia del malvagio, come Pikulik mostra in una serie di sondaggi teorici nella letteratura tra Otto e Novecento effettuati nella seconda parte del volume (da Wilde a Huysmans; da Mann a Ödön von Horváth).

Pur sottacendo qualche autore eccellente (filosofi come Du Bos e Batteux non sono neppure citati) e privilegiando una lettura teorica a una ricostruzione genuinamente storica, l’indagine di Pikulik ha il grande merito di evidenziare con cognizione di causa i legami tra l’e­ste­tica dell’interessante e una serie di mutamenti epistemici intervenuti dall’Illuminismo ad oggi, fornendo in tal modo una chiave interpretativa originale ed efficace per rileggere la genesi e gli sviluppi del soggettivismo moderno.

Alessandro Nannini

 

 

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