Rassegna

Matteo Bonazzi, Daniele Tonazzo, Lacan e l’estetica. Lem­mi, postfa­zio­ne di F. Carmagnola, Milano, Mimesis, 2015; Fabio Galimberti, Il corpo e l'opera. Volontà di godimento e sublimazione, presentazione di A. Di Ciaccia, Macerata, Quodlibet, 2015; Valentina De Filippis, Silvia Vizzardelli, La tentazione dello spazio. Estetica e psicoanalisi del­l'i­norganico, Napoli-Salerno, Orthotes, 2016

 

Accade spesso ultimamente che ci si interroghi sul legame che po­treb­be unire psicoanalisi ed estetica, e se questo legame sia neces­sario o solamente accessorio o sperimentale; forse perché non si è stabilito in via preliminare di quale psicoanalisi e di quale estetica si voglia parlare, e non perché ce ne siano tante, bensì perché come tutte le parole anche queste godono di sensi differenti.

Se intendiamo psicoanalisi come quella teoria e insieme pratica che si occupa del soggetto umano in quanto abitato (e soggiogato) da un linguaggio che parla e agisce in lui soprattutto a sua insaputa, e se a sua volta intendiamo estetica, così come “recita” la sua etimologia, come filosofia del sentire umano, allora il legame tra le due non solo diventa necessario ma perfino obbligato.

In seno a questo cammino che tiene a braccetto entrambe le disci­pline si collocano tre volumi usciti negli ultimi due anni, in ordine cro­no­logico: Lacan e l'estetica. Lemmi di Matteo Bonazzi e Daniele To­nazzo, Il corpo e l'opera. Volontà di godimento e sublimazione di Fabio Galimberti e La tentazione dello spazio. Estetica e psicoanalisi dell'i­nor­ga­nico di Valentina De Filippis e Silvia Vizzardelli.

I tre testi presentano posizioni di partenza differenti (filosofica De Filippis e Vizzardelli, psicoanalitica Galimberti, lacaniana Bonazzi e To­naz­zo) pur mantenendosi sul medesimo terreno teoretico per cercare di delineare come sente il soggetto contemporaneo e a quale prezzo. Perché sentire, parafrasando il titolo di un volume di Fulvio Carma­gno­la, non è una cosa semplice, e, se il soggetto è abitato da forze che a sua insaputa ne orientano il cammino, le conseguenze di questo pro­cedere alla cieca si fanno palesi nel suo vissuto non meno che sul suo corpo.

Ma il tratto che a nostro parere più salta all'occhio prendendo in esame questi tre volumi è lo stile: esso è ancora più eloquente del contenuto che essi delineano. Si tratta di tre stili totalmente differenti. Uniti dal fatto di essere parlanti, i tre sono volumi dove lo stile si fa veicolo perfetto del senso intrinseco che gli autori si sono prefigurati di comunicare e questo, si badi, con ogni probabilità, non del tutto in maniera intenzionale.

Per dirlo con Lacan, se non esiste Altro dell'Altro, cioè niente e nessuno ci darà mai la garanzia che la catena significante possa cessa­re una volta per tutte la sua deriva verso infiniti rimandi, approdando a un felice senso decisivo, l'unica cosa che resta al soggetto per far­sene qualcosa di questo parassita paroliere è saperci fare con il lin­guaggio, avere uno stile deciso, uno stile che lasci il segno.

Ovviamente non è immediato, Lacan stesso ne ha fatto la carat­te­ri­stica di una vita, ma già avere uno stile eloquente nel senso di inerente è grande cosa. Come parlano dunque queste tre testi? In tre modi estremamente peculiari.

Partiamo da Fabio Galimberti, che nel suo Il corpo e l’opera tratta della fondamentale ineliminabilità della pulsione e della sua felice de­sti­nazione nella sublimazione per evitarne quella liberazione che por­te­rebbe a “sottomettersi al Todestrieb” (p. 20). Ne parla con uno stile rassicurante, inframezzando il discorso con quei dovuti accenni ai propri casi clinici che ogni buon analista ama fare, ma anche con rife­ri­menti molto pertinenti all'arte, alla letteratura, all'attualità. Accom­pagna il lettore, un lettore adulto si badi, ma egli lo rassicura, ap­punto, che dedicandosi alla fruizione dei prodotti artistici non per relax ma con quella dovuta coscienza che comprende “una straor­dinaria partecipazione emotiva, una passionalità e un coinvolgimento intellettuale altissimi” (p. 150), egli, il soggetto, potrà passare “da un rapporto persecutorio con l’esigenza pulsionale ad un rapporto più conciliato, di passare cioè dall'angoscia, suscitata dalla pressione della volontà di godimento, alla sospensione dell'angoscia realizzata nell’e­sperienza della sublimazione” (p. 157).

Si “esce” da questo testo apparentemente conciliati ma non tanto, o non solo, per quello che Galimberti ci vuole dire, soprattutto per come lo dice, per il suo tono caldo, che ci fa partecipi del discorso, per il suo partire dall'inizio e arrivare alla fine, come in una saga: la pul­sione, mostruosa e delineata in tutte le sue sfaccettature e i suoi anfratti più subdoli, infine sarà ammansita dall’eroe-sublimazione. I temi sono tutti affrontati con chiarezza e acume, nonché con striz­zatine d’occhio alla cultura pop, ma è lo stile a dirci che nonostante la pulsione sia forte, cieca e ci abiti con prepotenza c’è un modo per do­marla e ghermirla, o meglio per deviarla o farla divergere (Galimberti infatti chiama diversione quella deviazione della pulsione dal corpo anatomico al corpo dell’opera).

In un certo senso l’abilità dello scrittore si fa strumento per con­dur­re il soggetto verso una direzione etica che egli forse non saprebbe prendere da solo, soprattutto in un tempo, come quello contem­po­ra­neo, dove la pulsione viene spinta e invogliata fino ai suoi destini più impensati, tragici e paradossali, tanto da trasformare il godimento da Todestrieb a impe­ra­tivo morale a godere fino alla fine (in senso let­te­ra­le).

Non si esce ugualmente rassicurati dal testo di Silvia Vizzardelli e Valentina De Filippis, La tentazione dello spazio, testo estremamente singolare e controcorrente che per le sue trattazioni si affida, oltre che a Freud e Lacan, a pensatori accomunati da una certa incolloca­bi­li­tà nella storia della cultura, come Wilhelm Worringer, Roger Caillois, Pierre Janet e Ernst Jantsch.

La tentazione dello spazio è un inabissamento nel regno dell'inor­ga­nico allo stato grezzo, è una sospensione dello slancio vitale per usura, come quando un elastico è stato tirato troppo e si “smolla”, ha perso la sua capacità di tornare allo stato di partenza.

Lo scopo del testo è quello di mostrare come l’essenza dell’espe­rien­za estetica corrisponda a questo stato di arresto, torpore, inerzia dallo slancio vitale, ma è lo stile con il quale le autrici portano avanti la loro teorizzazione il vero e proprio incantesimo: si tratta di una scrittura estremamente seduttiva che, come le voci delle sirene, attira verso quello sprofondamento nel quale si può sprigionare l’esperienza estetica autentica.

Vediamo un breve passo come esempio: “Ciò significa che quello sfondo che seduce e tenta l’esperienza estetica non è un mare bruli­cante di atti singolari, non è il puro divenire, il regno del virtuale da cui si dischiude una creatività altrettanto pura; è bensì uno sfondo fatto di materie inassimilabili, di fossili, di ricetti materici, di vita bloccata nella fissità di una traccia, di una matrice, di un’impronta. E proprio perché queste materie si dispongono in forme concave, sono pronte ad accoglierci in caduta” (p. 10). Non è solo il significato/senso di questo passo, ma lo stile, i vocaboli usati, la sovrabbondanza di esse che seducono e, sebbene anche un Georges Didi-Huberman avesse lo stesso “vizio”, qui si tratta di seduzione incisa nei significanti, e per questo pienamente riuscita.

Così il vocabolario pare essere stato setacciato alla ricerca di quei lemmi che si mostrano onomatopeici rispetto a una dimensione tanto sonnifera quanto già da sé sonnolenta, come per mettere da parte non solo lo slancio vitale ma anche le intenzioni significanti/simboli­che della coscienza; diventati duri come pietre ma sfaccettati come cristalli si può permettere che il risucchio dell’opera e la vischiosità del­l’o­pera ci inglobino e ci digeriscano.

Diventare pietra infatti è possibile solo sprofondando nelle parole e nella loro materialità, invece di trattarle alla loro consona maniera del rimando e dello scivolamento metonimico.

Infine, Lacan e l’estetica di Matteo Bonazzi e Daniele Tonazzo, testo composto da lemmi come un vocabolario estetico, ma senza il facile accorgimento dell’ordine alfabetico usato da Yves-Alain Bois e Rosalind Krauss per il loro L’informe. Istruzioni per l’uso, non accom­pagna né seduce il lettore, presenta piuttosto uno stile che si po­trebbe definire dei pezzi staccati, per citare Jacques-Alain Miller; i lemmi infatti procedono in parallelo, ognuno per la sua strada, qual­cuno con andamento più lento, altri velocissimi, senza però con­ce­dersi alcuna meta; non è una meta lo scopo del gioco così come non c’è nessuna tesi da abbracciare o contestare.

Si entra in ogni lemma come in una cattedrale gommosa e si cerca di spingerne i confini il più distante possibile: dal linguaggio si arriva alla lalingua, dal desiderio all’oggetto a, dall’artefatto allo sgabello, dalla coazione a ripetere alla contro-effettuazione della ripetizione, dalla voce al grido, dallo sguardo all’o-sceno (cfr. p. 113).

Non avendo in mente alcuna meta, il testo non procede verso traiettorie lineari o spiraliformi, bensì si attorciglia e si capovolge su se stesso come un corpo in capriole, proprio perché non ha l’esigenza di procedere e forse nemmeno quella di sprofondare, ma di sguazzare sulle increspature più superficiali quanto cangianti della materia signi­ficante (non ancora “significata”). C’è però anche una tensione all’inter­no di questo testo-baule (co­me le parole-baule tanto amate da Lewis Carrol), che sembra spingere entropicamente verso un caos primigenio, eppure, se ci si lascia aspi­rare da esso, può comparire un ordine a col­locare i lemmi, un ordine creatosi per preservare il cuore del volume, formato da Bellezza e Tempo. Bellezza intesa come “varco […]. La bellezza per Lacan coincide con l’attraversamento del fantasma” (p. 76). Tempo inteso a sua volta come “fattore comune” estratto dalla ripetizione “a partire dal quale può strutturarsi una temporalità distinta da quella della coscienza” (p. 92). Un cuore soglia e un cuore battito si potrebbe dire, dove si pos­sono esorcizzare le proprie costruzioni fittizie e dove un ritmo sosti­tuisce il circolo vizioso delle lancette. Lemmi dunque come mine vaganti nel tentativo di perforare il mare dei significanti in uso perché forse solo con nuove parole il parassita paroliere può essere messo, temporaneamente, in scacco.

Perché se non ci si vuole barricare in un legittimo silenzio, occorre saper padroneggiare bene le armi del nemico, e gli autori dei tre vo­lu­mi qui presentati sono riusciti a trasformare il sostrato dei significanti di modo che diventasse un perfetto traghettatore della loro intima intenzione, che sia essa un’etica dell’alta fruizione (Galimberti), un invito al più puro “svenimento” (De Filippis e Vizzardelli), oppure una gaia aritmia (Bonazzi e Tonazzo).

Viviana Faschi

 

 

© 2017 The Authors. Open Access published under the terms of the CC-BY-4.0.

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