Recensione

Simon Grote, The emergence of modern aesthetic theory. Religion and morality in Enlightenment Germany and Scotland, Cambridge, Cambridge University Press, 2017

 

Nella nuova letteratura sulla nascita dell’estetica moderna un posto di sicuro rilievo merita questo volume di Simon Grote. L’obiettivo dichiarato dall’Autore sin dall’introduzione è quello di offrire uno sguardo diverso su un tema largamente dibattuto: i prodromi dell’e­stetica nella prima parte del diciottesimo secolo in Germania e in Scozia. Grote prende innanzitutto le distanze dalle storie teleologiche del­l’estetica, che traggono il centro gravitazionale della loro narrazione dall’ingombrante presenza di Kant, valutando tutta la lunga processione di autori cosiddetti “minori” in base alla distanza o alla prossimità rispetto al pensiero del gigante di Königsberg. Se una rilettura kantiana dell’estetica settecentesca produce errori di parallasse che fanno perdere la peculiarità degli autori analizzati, riducendoli a impacciati dilettanti, il problema diventa anche maggiore se il criterio normativo della ricostruzione storiografica è un’idea autonomistica dell’estetica, che fa tabula rasa di quegli intrecci che costituiscono il proprium delle filosofie del periodo. A partire da queste premesse, il percorso di Grote mira a valutare le tradizioni esaminate iuxta propria principia, senza sezionare a priori le questioni trattate in base ai settori disciplinari tanto cari all’accademia odierna. In questo modo, è evidente che per parlare dell’origine dell’estetica moderna occorre parlare non solo di estetica, ma anche, ad esempio, di religione, di morale o di pedagogia. Proprio il problema della fondazione della morale, in effetti, sembra fornire un inquadramento non estrinseco, ancorché lasco, ai temi trattati dai pionieri dell’estetica moderna.

Come anticipato, il libro di Grote segue due linee principali: il contesto tedesco e il contesto scozzese. L’obiettivo generale è quello di rilevare non tanto improbabili paralleli specifici quanto piuttosto una solidarietà più generale tra le due tradizioni. L’elemento cruciale in tal senso è il dibattito sul grado in cui gli esseri umani possono diventare genuinamente virtuosi senza essere consapevoli della presenza di un legislatore esterno alla mente ad offrire premi e punizioni. Da questo punto di vista, tanto Wolff quanto Hutcheson si dimostrano difensori della virtù naturale. Per quanto l’istinto di benevolenza hutchesoniano sia diverso dall’appetito razionale di Wolff, essenziale per entrambi è il percorso di educazione morale che consente di surclassare l’influenza di altri desideri, che siano gli affetti come in Wolff o le passioni violente come in Hutcheson.

Minore somiglianza si riscontra nei loro critici, sebbene le obiezioni si focalizzino principalmente su un asse comune: e cioè la necessità da parte dell’educazione morale di fare maggior uso del “self-inter­est” di quanto non ammesso dai due filosofi. Per quanto riguarda in particolare l’ambito tedesco, gli avversari di Wolff rigettano l’efficacia del supposto appetito razionale. Nella concezione dei vari Zimmermann, Buddeus e Walch, che il testo di Grote consente di valorizzare nei loro sforzi teorici, gli esseri umani possono essere purificati dai loro malvagi desideri solo dalla grazia di Dio, dopo un periodo penitenziale in cui il peccatore si sforza di aderire alla legge divina sotto la minaccia di una punizione e con la promessa di una ricompensa. Una tale preparazione all’atto di grazia, inoltre, richiede l’eccitazione degli affetti, i quali possono dunque assumere una funzione positiva nel percorso di resipiscenza, come evidente dalle ermeneutiche pietiste di Francke o Rambach.

Alla luce di questi dibattiti, la generazione successiva dei difensori della virtù naturale, William Cleghorn e Alexander Baumgarten, non si limita a riproporre gli argomenti di Hutcheson e Wolff, ma trae beneficio dalle obiezioni rivolte contro questi ultimi, riconoscendo l’impor­tanza dei moventi che secondo gli standard dei due maestri potrebbero non essere considerati puri. Ancorché l’educazione morale non debba necessariamente avere una propria origine nella scoperta di Dio e della legge divina, certamente l’appetito razionale o l’istinto di benevolenza non sembrano più sufficienti per spingere ad agire per il bene. È in questa impasse teorica che Cleghorn e Baumgarten trovano lo spazio per inserire la loro teoria estetica. Cleghorn, ad esempio, indaga il ruolo dell’immaginazione nella formazione delle idee di bene e male morali, riconoscendo che gli uomini sono creature “miste”, composte non solo di anima, ma anche di corpo. In maniera simile, Baumgarten rifiuta un’educazione morale che intende fondare i giudizi relativi al bene e al male morale su sillogismi i cui termini siano i più distinti possibile. Come noto, la teoria di Baumgarten mira piuttosto a un addestramento della sensibilità, e dunque delle idee chiare e indistinte, le quali hanno abitualmente una grande efficacia motivazionale, e possono dunque contribuire maggiormente a ottenere un effetto salutare sulla volontà. Su queste basi, conclude Grote, tanto Cleghorn quanto Baumgarten sostengono, ancorché in modi diversi, l’im­portanza della perfezione come armonia delle parti, evidenziando la centralità della bellezza come specifico aspetto della perfezione capace di suscitare gli affetti. La valorizzazione dell’estetica nel medio illuminismo scozzese e tedesco si colloca così al centro della discussione sull’educazione morale più efficace: se si vuole continuare a difendere la dimensione naturale di tale educazione rispetto a un’istan­za normativa esterna, dunque, sarà ormai necessario un addestramento della dimensione sensibile dell’uomo che l’estetica si propone di offrire.

Il ricco quadro dipinto da Grote non cade nell’ingenuità di tracciare semplicistici paragoni tra realtà troppo eterogenee, cogliendo al contrario alcuni dei tratti condivisi che caratterizzano l’epoca in esame. In tal senso, il merito di Grote è duplice: da un lato, quello di delineare una cornice di amplissimo respiro teorico, senza per questo rinunciare a una chiara tesi di fondo; dall’altro, quello di condurre una serie di pregevoli studi micrologici su figure poco conosciute dell’illu­mi­nismo scozzese (su tutti, Cleghorn) e tedesco (si vedano i casi di Zimmermann e Gundling), rileggendo un periodo ben noto alla ricerca con un approccio inedito e ben radicato nelle evidenze testuali. Proprio la capacità di coniugare la vastità dello sfondo storiografico con la non comune acribia critica nella ricerca sulle fonti anche manoscritte permette all’Autore di intrecciare un arazzo in continua evoluzione, che apre la porta a potenziali ampliamenti successivi, volti a sviluppare ulteriori dettagli della ricostruzione. Liberando la storia dell’e­stetica dalla necessità dei grandi nomi, Grote contribuisce così a restituire ai problemi affrontati tutta la loro complessità, fornendo al contempo un punto di riferimento essenziale per le ricerche future sulle origini dell’estetica moderna.

 

Alessandro Nannini

 

 

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