Rassegna

Per un’origine naturale del linguaggio e dell’arte
(B. Gasparov, L. Goehr, The music of language and the language of music, “Journal of American Musicological Society”, n. 1 (2013), pp. 251-95; A. Lifschitz, The arbitrariness of the linguistic sign. Variations on an Enlightenment theme, Journal of the History of Ideas, n. 4 (2012), pp. 537-57; The origins and development of language. A historical perspective, “Theoria et Historia Scientiarum”, n. 13 (2016), pp. 5-128; J. Waeber, A corruption of Rousseau? The quest for the origins of music and language in recent scientific discourses, “Journal of American Musicological Society”, n. 1 (2013), pp. 284-89)

 

Il tredicesimo numero di “Theoria et Historia Scientiarum”, intitolato The origins and development of language. A historical perspective, offre un terreno fertile per chi si interroga sulle origini del linguaggio da un punto di vista estetico, guidandolo in quella sorta di palingenesi che, nel cogliere il primordiale risveglio linguistico e artistico dell’uo­mo, apre a esso attualizzandolo. Ponendosi da una prospettiva storica, gli autori rivitalizzano alcune teorie di straordinaria attualità arricchendo il dibattito sulle origini del linguaggio illuminandosi reciprocamente. È il caso dei contributi di Paolo Quintili e di Alessandro Prato che consentono di cogliere la rilevanza, sul piano estetico, delle teorie sull’origine del linguaggio di Condillac e di Rousseau su cui si intende soffermarsi. La loro indagine è oggetto di approfondimento grazie alla delineazione, da parte di Alvin Lifschitz circa il dibattito settecentesco sull’arbitrarietà del segno, che consente di sondare la valenza di una dimensione naturale (e non arbitraria) del segno linguistico. Infine la teoria di Rousseau, che restituisce al linguaggio la medesima origine dell’arte (segnatamente della musica) e viceversa, riacqui­sisce rilievo in virtù dell’analisi Boris Gasparov e Lydia Goehr e della riflessione di Jacqueline Waeber.

Nella convinzione che la posta in gioco nel dibattito sull’origine del linguaggio consista nella concezione stessa di linguaggio, di comunicazione e, in definitiva, nel ruolo attribuito all’uomo nella natura, gli autori di The origins and developement of language. A historical perspective portano alla luce le premesse teoriche operanti sullo sfondo del suddetto dibattito fornendo una “theoretical framework of the nature of our communicative skills” (Ferretti e Gensini 2016: 12) capace di orientare i dati empirici verso nuovi orizzonti interpretativi.

Tra le premesse teoriche operanti sullo sfondo che gli autori intendono contrastare spicca la concezione antropologica derivante dalla tendenza di stampo cartesiano ad assegnare all’uomo un ruolo “speciale” all’interno del regno animale inferendo surrettiziamente dal­l’unicità del linguaggio umano il suo tratto distintivo al punto da separarlo radicalmente dagli altri animali. Così, perdendo di vista la continuità tra il sistema comunicativo animale e quello umano, si trasforma la differenza di grado (di complessità) del linguaggio umano in una differenza qualitativa così che la nozione stessa di “protolinguaggio” diventa priva di importanza. Un approccio “genetico” contribuisce alla delineazione di un’“antropologia” che, al contrario, identifica nell’uomo “the product of an evolutionary process, the result of a natural history shared with all other animals” (Ferretti e Gensini 2016: 10), a ravvisare pertanto nel linguaggio una tappa del percorso evolutivo che coincide con il raggiungimento di una serie di capacità cognitivo-cumunicative senza cessare di far risuonare l’eco della dimensione sensibile-percettiva che lo dà alla luce.

Il primo articolo del volume in rassegna, Language in humans and in other animals. Fabrici d’Acquapendente at the crossroads between medicine and philosophy, compie una mossa significativa in questa direzione: Stefano Gensini e Michela Tardella rivelano il contributo di Fabrici d’Acquapendente al dibattito sulle origini del linguaggio mostrando come l’anatomista e chirurgo della seconda metà del Cinquecento, nel segno dell’aristotelismo naturalistico-sperimentale che contraddistingue la “Scuola di Padova”, intrecci la ricerca medico-filo­so­fica a un’indagine linguistica annoverando le capacità linguistiche tra le altre funzioni vitali che è compito dell’anatomia enucleare.

L’analisi dell’apparato respiratorio/fonatorio, oggetto del De larynge, viene condotta attraverso una comparazione tra uomini e animali che lo induce a sostenere che i primi condividono con i secondi la capacità di esprimere vocalmente le percezioni sensoriali piacevoli e spiacevoli che danno luogo alle “affezioni”; queste, legandosi a immagini mentali, orientano l’azione verso le mete da perseguire o la mettono in guardia di fronte ai pericoli. Percezione, cognizione e azione appaiono dunque connesse in un sinergico intreccio.

Spetta al linguaggio vivificare questo nesso attraverso il meccanismo di articolazione che determina il passaggio dall’emissione del suono alla formulazione della locutio o loquela definita da Fabrici, nel De locutione, “the ultimate and most significant outcome of the process of expulsion of air” (Gensini e Tardella 2016: 23); le posizioni assunte dalla lingua nel palato consentono infatti la formulazione di consonanti che, acquisendo sonorità grazie alle vocali, interrompono il fluire di quest’ultimo rendendolo significante: l’atto articolatorio infatti suddivide il continuum vocalico in articuli, unità foniche che esprimono la complessità delle affezioni e dei concetti. Fabrici considera la valenza semantica del linguaggio da una prospettiva anatomica che induce l’autore a distinguere l’emissione sonora dall’artico­la­zio­ne di vocali, assegnando a queste ultime la capacità di esprimere affezioni e concetti. Si esibisce dunque il nesso tra percezione sensibile, pensiero e linguaggio.

L’efficacia semantica del linguaggio emerge ancor di più nel De brutorum loquela in cui Fabrici definisce i suoni emessi dagli animali non linguistici “articuli” attribuendo a essi la medesima capacità articolatoria che ascrive agli uomini; in entrambi i casi si può parlare di loquela, “the most perfect way in which certain animal species can display the affections of their soul” (Gensini e Tardella 2016: 27). Si instaura così un parallelismo con l’“eloquenza corporea” performata da una corporeità espressiva che comunica sentimenti e intenzioni ricorrendo solamente agli strumenti del linguaggio non verbale.

L’approccio unitamente linguistico e sperimentale adottato da Fabrici ha il merito di aver proposto un’alternativa al paradigma dualistico cartesiano pervenendo a risultati illuminanti inerenti a una concezione “naturalistica” del linguaggio anche sulla base dell’osserva­zio­ne del linguaggio animale.

Oggetto del contributo di Paolo Quintili, The prehistory of protolanguage’s notion. Condillac, Rousseau, De Brosses and the origins of language in the Eighteenth century, è il decisivo apporto dell’Illumini­smo francese alla nozione di protolinguaggio di cui Condillac, Rousseau e De Brosses tratteggiano una “preistoria” mirando al dissolversi della tesi dell’origine divina del linguaggio. Il loro impegno per un’o­rigine naturale del linguaggio si esplica nel rinvenimento di un protolinguaggio che restituisce l’atto del primordiale atteggiarsi dell’uomo al mondo sulla base di una concezione “preadamica” del linguaggio: esso sarebbe stato “inventato” dagli uomini prima dell’intervento divino sulla spinta della necessità di comunicare imposta da un particolare stato di natura.

È questa, infatti, la condizione posta da Condillac all’origine del lin­guaggio nell’Essai sur l’origine des connoissances humaines, che risale all’elaborazione di un primitivo sistema di segni attraverso la situazione ipotetica di due bambini che, soli nel deserto dopo il diluvio universale, inventano un sistema di segni per comunicare. In primis le passioni esigono di essere espresse e il modo più efficace per farlo è ricorrere a una corporeità “espressva”: “People can comunicate their passions only through precise, and always more precise, bodily attitudes, full of sense, which a receptor or an interlocutor can interpret, decrypt as signs” (Quintili 2016: 38). La decodificazione di questi atti significanti va di pari passo con la codificazione di segni naturali (gesti e grida che per Condillac, come per Rousseau, sono “grida di passioni”) che in modo sempre più preciso vengono ricondotti a determinate passioni sulla base di un substrato emotivo condiviso che induce l’interlocutore all’azione. L’efficacia del linguaggio d’azione deriva dal mutuale sollecitarsi di percezione, cognizione e azione: esso richiede infatti un sempre maggiore coinvolgimento cognitivo che a poco a poco conferisce stabilità ai segni naturali fino a far assumere loro uno statuto “convenzionale”.

Prendendo le distanze dall’abituale contrapposizione tra Condillac e Rousseau, Quintili sottolinea che, benchè Condillac dia preminenza alla componente corporea del linguaggio d’azione, egli perviene alla medesima conclusione di Rousseau poiché per entrambi “passions (fear, joy, sexual desire, hatred, etc.) drive the process of developement of the signs system of a primitive language towards ever greater precision” (Quintili 2016: 39). Qui l’autore sembra dare maggiore rilievo al ruolo che Rousseau e Condillac assegnano alle passioni nello sviluppo del linguaggio rispetto al fatto che Rousseau, diversamente da Condillac, identifichi in esse e non nei bisogni primari la causa del protolinguaggio. Questo atteggiamento si spiega nella misura in cui Rousseau conferisce un primato “ontogenetico” ai gesti e alla visione nella formazione del linguaggio pur enfatizzando maggiormente le modalità espressivo-comunicative legate all’ascolto.

Nell’Essai sur l’origine des langues, infatti, Rousseau sostiene che, mentre i gesti costituiscono la prima risposta ai bisogni fisici, sia invece la voce, attraverso una melodia che esprimesse sfumature semantiche delle passioni, a dare origine al linguaggio umano genuino, il linguaggio dei suoni articolati. Sono le passioni (e non i bisogni) a unire gli uomini attraverso un linguaggio innanzitutto figurato: “different human families have used different ways or figures to depict, through analogy made via articulated sounds, the primitive language of passions” (Quintili 2016: 42). Si tratta di un linguaggio eminentemente onomatopeico contraddistinto da variazioni di ritmo e di accento, tratti naturali e non convenzionali che esibiscono la genesi naturale e intrinsecamente “artistica” del linguaggio che sottostà si dettami del­l’e­u­fonia, del numero, dell’armonia e della bellezza obbedendo contemporaneamente al principio di imitazione e a quello di espressione (esso esprime, imitandolo, il moto naturale delle passioni).

Quintili si rivolge dunque al Traité de la formation mécanique des langues di Charles De Brosses, interessato allo studio meccanico e fisico della relazione naturale tra i suoni e le idee, pervenendo ai principi di espressione delle idee studiando la formazione delle parole.

La prospettiva materialista di De Brosses lo induce a scoprire l’ori­gi­ne del linguaggio attraverso l’analisi degli organi fonatori giungendo a una lingua primitiva, organica e comune a tutti gli uomini. Esso nasce dai movimenti fonetici sotto forma di “germi di discorso” che vengono combinati tra loro per formare parole primitive improntate a un “mimetismo fonetico”: i nomi sono fisicamente determinati dalla natura stessa degli oggetti che denotano. La varietà di combinazioni possibili tra idee, parole e cose è all’origine della differenza tra le lingue ma l’arbitrarietà del segno ha pur sempre un’origine naturale: la capacità di imitare e interpretare gli oggetti.

Quintili conclude sottolineando come l’approccio materialistico, pur considerando il linguaggio un prodotto specifico della natura umana, consideri gli elementi di base (naturali) del linguaggio “the starting point for an appropriate assessement of the process of signification; see for istance the issue of phono-symbolism” (Quintili 2016: 51).

Il banco di prova delle teorie illuministe circa le origini del linguaggio e, segnatamente, della teoria di Condillac, viene offerto, come sottolinea Alessandro Prato in A special case of philosophical reflection about the origin of language. Victor, the wild child of Aveyron, dal caso di Victor, il ragazzo di circa dodici anni trovato nel 1797 nei boschi di Aveyron e sottoposto a un programma di rieducazione che lo rendesse capace di parlare e vivere nella società. Fu il medico Jean-Marc Itard che, sostenendo che il ragazzo non soffrisse di sordità né di disturbi mentali ma che il suo ritardo cognitivo fosse dovuto al completo isolamento in cui era vissuto proprio negli anni cruciali per l’ap­prendimento del linguaggio, si dedicò alla sua rieducazione servendosi come guida della teoria del linguaggio e del Sensismo condillacchiani.

Prato ripercorre dunque i tratti salienti dell’Essai sur l’origine des connoissances humaines, “one of the fundamental cornerstones for the reflection about language and the descriptive study of mental powers, exclusively based on observation and experience” (Prato 2016: 56) mettendo in luce il nesso tra la concezione dell’origine naturale del linguaggio qui esposta con la tesi sensista che individua nella sensazione l’operazione dell’anima con cui ha inizio lo sviluppo linguistico e cognitivo. Il sistema semiotico-comunicativo primordiale che costituisce il linguaggio d’azione attiva infatti la capacità analitica dei parlanti inducendoli a scomporre i gesti e le grida in unità semantiche, abilitando la memoria e l’immaginazione nella codificazione di nuovi segni, pervenendo alla formulazione dei segni del linguaggio dei suoni articolati. È dunque l’uso dei segni a determinare lo sviluppo cognitivo differenziando gli uomini dagli animali; l’uomo nasce pertanto con una naturale predisposizione alla comunicazione espressiva e in questo senso il linguaggio costituisce una facoltà innata.

Sulla scorta di queste tesi, Itard fa iniziare la rieducazione cognitivo-comportale di Victor a partire dall’esercizio delle sue capacità sensoriali nel tentativo di mettere in pratica il processo esemplificato da Condillac nel Traité des sensations per cui una statua muta perviene a conoscenza attraverso l’acquisizione progressiva dei sensi. Per sviluppare le facoltà linguistiche che Victor non aveva mai esercitato, Itard gli insegnò a servirsi dei segni istituzionali, ma il ragazzo imparò a pronunciare solo un suono articolato (lait) di cui si serviva come e­scla­mazione di gioia e non in senso denotativo. Prato riconduce questo insuccesso al fatto che la tesi condillacchiana, ritenendo che le facoltà linguistiche possano essere risvegliate in ogni momento in quanto “geneticamente” attive nell’uomo, non coglie che “human nature is not a starting point, but the result of a complex process of development, which continues after birth throughout the long period of the child’s development, through his communicative interaction with others: a process that, in Victor’s case, was never accomplished”.

Si noti, tuttavia, che Victor apprese abilmente un linguaggio “pantomimico” paragonabile al linguaggio d’azione illustrato da Condillac, testimoniando il ruolo cardine del linguaggio non verbale per lo sviluppo delle facoltà cognitivo-comunicative. Il programma rieducativo, infatti, riuscì nel raggiungimento degli altri obiettivi che Itard si era proposto: suscitare in Victor l’interesse per la vita civilizzata, risvegliarne la sensibilità nervosa e stimolarne le facoltà sensoriali e intellettuali. L’autore si concentra su quest’ultimo punto mostrando i tentativi con cui Itard cercò di potenziare la capacità di astrazione del ragazzo: gli sottoponeva disegni raffiguranti oggetti presentandoli in forme sempre più simboliche e astratte fino a insegnare a Victor ad associare a essi le parole che li denotavano. Questi, tuttavia, difficilmente riusciva a identificare gli oggetti corrispondenti alle lettere del­l’alfabeto ed era incapace di riconoscere i termini generali come tali concependoli come dei nomi propri; la sua scarsa capacità di astrazione gli impediva infatti di compiere operazioni cognitive quali la categorizzazione e la classificazione che richiedono l’abilità di cogliere analogie tra oggetti differenti e riunirli in categorie. Egli, tuttavia, fu in grado di pervenire a delle forme elementari di ragionamento per merito del percorso rieducativo cui Itard lo sottopose.

La componente non verbale del linguaggio viene sondata da Roberta Mocerino in Gesture, interjection and onomatopoeia in Edward Burnett Tylor’s theory of the origin and development of language, la teoria dell’origine e dello sviluppo del linguaggio di E. Burnett Tylor. La riflessione di Tylor si inserisce nel dibattito ottocentesco sul linguaggio (originato dalla teoria di Darwin), che vede la tesi continuista secondo cui il linguaggio è il prodotto dell’evoluzione di abilità comunicative condivise dalle specie animali inferiori, contrapporsi alla cosiddetta “teoria del Rubicone” per cui il linguaggio è il “Rubicone” dell’uomo, ovvero il tratto che lo differenzia in maniera radicale dagli animali. Tylor condivide la definizione darwiniana del linguaggio (“me­tà arte, metà istinto”) individuando in esso la disposizione ad acquisire un particolare linguaggio che l’educazione rende soggetto ad ampliamento e a perfezionamento.

Dopo aver sottolineato che la connessione tra segni e oggetti procede per gradi, l’autrice si focalizza sul tema centrale delle Researches into the early history of mankind di Tylor: il linguaggio dei gesti condiviso dagli uomini primitivi, dai bambini e dai sordomuti. Tale linguaggio si contraddistingue per l’evidenza della connessione tra oggetti e segni; esso, benché non del tutto scevro dall’arbitrarietà, non presenta alcun segno per il verbo “essere” o per “spazio” e “tempo”. Questa tesi è in forte contrasto con la teoria delle radici primitive proposta dal filologo Max Müller secondo cui il nucleo di tutte le lingue esistenti risiede nelle radici linguistiche, strettamente connesse ai verbi e dunque a concetti astratti. Opponendosi alle teorie di Farrar e di Wedgwood, allora particolarmente diffuse, secondo cui il linguaggio ha un’origine naturale imitativa ed “emotiva” originandosi da espressioni onomatopeiche e interiezioni, Müller vincola le radici linguistiche a concetti astratti rafforzando così la “teoria del Rubicone”, poiché il linguaggio risulta come espressione di concetti razionali che solo gli uomini possono avere; il linguaggio primitivo è naturale solamente in quanto deriva direttamente “dalle mani di Dio”.

In risposta a Müller, Tylor, grazie all’analisi comparata del linguaggio dei sordomuti, delle pantomime dei nativi americani, dell’actio degli oratori romani e della gestualità dei popoli mediterranei, giunge alla conclusione che la gestualità espressiva consiste nel “missing link between animal communication and human language”; i gesti, la cui immediatezza espressiva garantisce la chiarezza del loro nesso con gli oggetti che rappresentano, persistono nelle popolazioni civilizzate sotto forma di gesti convenzionali.

Tylor, tuttavia, precisa Mocerino, non teorizza uno sviluppo del linguaggio “dai gesti alla parola” in quanto ritiene, piuttosto, che la gestualità sia sempre accompagnata dall’emissione di suoni: è pertanto nell’intreccio fonico-gestuale che risiede l’origine del linguaggio.

Tylor dà rilievo alla dimensione sensibile delle onomatopee e delle interazioni; queste ultime trasmettono anche informazioni sulla fisionomia dei parlanti e la tonalità stessa di alcune parole è parte integrante del loro significato così che, al pari dei gesti, anche i suoni espressivi possono essere codificati. Infatti, le espressioni emozionali, i segni imitativi e la gestualità espressiva costituiscono il “linguaggio naturale” condiviso dagli animali con i quali, tuttavia, non sussiste una completa continuità nella misura in cui non è possibile stabilire se anche gli animali compiano dei ragionamenti. Tylor, pur schierandosi dalla parte dei “continuisti”, non aderisce completamente alla loro tesi, contemplando all’origine del linguaggio la presenza di altri elementi oltre a quelli inerenti alla sfera imitativo-emotiva. Mocerino riconduce tale posizione intermedia al fatto che Tylor si muove all’in­terno della cornice teorica dell’antropologia culturale e, pertanto, indaga il linguaggio come manifestazione culturale dell’umanità differenziandosi pertanto sia dall’approccio filologico di Müller, che attribuisce al linguaggio una natura monolitica, sia dalla posizione dei “continuisti”, che conferiscono un’estrema importanza alla questione dell’origine del linguaggio e che invece Tylor espunge dalla riflessione scientifica.

Legandosi strettamente al discorso di Mocerino, Michela Piattelli in The emergence of denominaton and philology in George John Romanes’ enquiry on the human mind approfondisce il contributo della tesi continuista darwiniana al dibattito sulle origini del linguaggio attraverso la figura di George Romanes, un allievo e amico di Darwin. Il continuismo di Romanes è parte integrante del suo proposito di dare un fondamento alla psicologia comparativa affinché questa venga riconosciuta come disciplina scientifica al pari dell’anatomia comparativa; l’intento è di ricostruire la genesi della mente umana a partire da una base evoluzionistica seguendo un cammino che Darwin e Spencer avevano tracciato ma non percorso. Nella misura in cui tale indagine rende manifesto che il pensiero concettuale ha un’origine non concettuale, appare evidente, ad avviso di Romanes, che la barriera tra uomini e animali è da considerarsi superata. Egli è pienamente consapevole della querelle tra “continuisti” e “discontinuisti” scaturita dalla teoria dell’evoluzione di Darwin che si era pronunciato a favore della tesi che pone l’imitazione, i segni, i gesti e le grida all’origine del linguaggio umano. Mental evolution in men di Romanes è dunque l’oc­casione per “attraversare il Rubicone” difendendo e (ampliando) la posizione di Darwin fortemente messa sotto attacco da Müller.

Romanes indaga il linguaggio partendo da una “psicogenesi” del pensiero umano che coglie pensiero e linguaggio nel loro intrecciarsi: “the history of the development of conceptual thought […] is inseparable from the history of the development of the so-called ‘sign-making faculty’” (Piattelli 2016: 93). Tale facoltà è condivisa da uomini e animali poiché consiste nello stadio semiotico intermedio che consente il passaggio dalle idee semplici a quelle generali passando attraverso una serie di fasi comuni agli uomini e agli animali.

Nel confrontarsi con la teoria “mülleriana”, Romanes sostiene che essa può spiegare lo sviluppo delle singole lingue e non il sorgere della facoltà linguistica stessa; tali radici, infatti, si fondano sulla capacità di produrre segni che precede la formulazione dei concetti a essi correlate; inoltre, i centoventuno concetti individuati da Müller riguardano la fase denotativa e non quella denominativa, rivelando pertanto che Müller non coglie il tratto distintivo del linguaggio umano: il suo correlarsi a una mente autocosciente.

In merito al dibattito circa l’origine imitativa o arbitraria del linguaggio, Romanes adotta una posizione più moderata rispetto a quella di Darwin: nella misura in cui le radici onomatopeiche o interiettive delle parole hanno iniziato a estendersi a significati più ampi, esse hanno perso la loro natura imitativa assumendone una arbitraria.

Ad arricchire il ventaglio di ipotesi circa l’origine del linguaggio è il salto temporale (e concettuale) con cui l’articolo di Jacopo D’Alonzo Trần Đức Thảo. A Marxist theory of the origins of human language sottopone al lettore il pensiero del filosofo vietnamita Trần Đức Thảo attivo nella seconda metà del Novecento. Thảo, impegnato inizialmente nel dialogo tra marxismo francese e fenomenologia husserliana, si distacca progressivamente dalla filosofia husserliana per aderire alla teoria antropologica materialista, ma lascia invariati gli assunti di base circa le origini del linguaggio posti nell’opera giovanile Phénoménologie et matérialisme dialectique.

Qui Thảo applica la descrizione husserliana della coscienza al regno animale in linea con un approccio continuista: a ogni stadio della coscienza corrisponde un determinato organismo. All’ultimo stadio vi è l’uomo, dotato del massimo grado di intelligenza comportamentale che include, oltre alla capacità di manipolare oggetti e di usare e creare strumenti, il possesso del linguaggio. L’acquisizione di quest’ul­ti­mo deriva dalla specializzazione di una capacità presente nei mammiferi: la funzione simbolica generale che unisce ai suoni dei significati che vanno al di là dei suoni stessi. Infatti l’atto simbolico di significazione “stops at the initial phase of its accomplishment” (D’Alonzo 2016: 108). Si tratta di un atto intrinsecamente comunicativo poiché il suo compiersi si lega a doppio filo con la comprensione reciproca tra un ego e un alter-ego, inseriti in un “cerchio comunicativo”. L’ori­gi­ne del linguaggio risiede quindi nelle attività cooperative miranti a uno scopo comune quali quelle di fabbricazione di utensili da parte dei nostri antenati.

In De la phénoménologie à la dialectique matérialiste de la conscience Thảo, distanziandosi dalla linguistica saussuriana, si focalizza sulla dimensione semiotica dei segni realizzando una “semiotica del linguaggio della vita umana” incentrata sulla nozione di segno “intrinseco”, quei segni non verbali che insieme alle espressioni vocali e ai gesti che accompagnano attività collaborative informano il “linguaggio della vita reale”.

Nella seconda ipotesi sull’origine del linguaggio, esposta in Investigation sur l’origine du langage et de la conscience, Thảo mette in relazione la tesi di Engels (per cui l’evoluzione dell’uomo coincide con lo sviluppo dell’anatomia, della vita sociale, delle abilità cognitive e del linguaggio) con le fasi dello sviluppo infantile teorizzate da Piaget. Come in precedenza, inoltre, l’acquisizione del linguaggio è strettamente correlata con la capacità di fabbricare e usare strumenti.

Il numero della rivista in rassegna termina con la recensione, da parte di Waldemar Skrzypczak, di Postcolonian English, il volume in cui Edgar Schneider ripercorre la genesi dell’inglese postcoloniale tramite un’analisi sociolinguistica, evolutiva ed ecologica mettendo in luce che il linguaggio è una forma comunicativa che l’eternamente cangiante natura e la sempre mutevole cultura umana affidano a un dinamismo perenne.

Una concezione dinamica, metamorfica del linguaggio è il germe da cui prendono vita le teorie illuministe che predicano un’origine naturale del linguaggio in nome di un’antropologia che riscopre l’uomo come homo aestheticus e lo segue nei suoi primi passi. Si intende dunque approfondire tali teorie mettendo in relazione gli scritti di Quintili e di Prato innanzitutto con la riflessione circa il dibattito sul­l’ar­bitrarietà del segno linguistico condotta da Avi Lifschitz in The arbitrariness of the linguistic sign. Variations on an Enlightenment theme. Lifschitz consente di perlustrare il terreno su cui si muovono in particolare Condillac, Turgot e Rousseau; essi, pur negando, al pari di pensatori tardo-secenteschi come Locke e Pufendorf, la tesi secondo cui le parole sono unite da un nesso naturale all’essenza delle cose, assegnano all’arbitrarietà dei segni una valenza radicalmente differente. Mentre i filosofi di fine Seicento individuano nell’imposizione arbitraria del segno l’espressione della libertà dell’individuo, i philosophes mettono in relazione

 

the arbitrariness of words themselves, and that of human action in their coining. Not only did Enlightenment authors emphasize that words could ever be totally arbitrary, they also argued that human beings could not have acted freely or capriciously when creating their first signs. By zooming […] on the origin of language, such authors fused the arbitrariness of the linguistic sign with that of human behaviour […] arbitrariness refers interchangeably to the human act of naming and to names themselves. (Lifschitz 2012: 539)

 

L’assegnazione delle parole alle cose viene dunque interpretata come gesto, quel primigenio atteggiarsi al mondo in cui si compie la genesi dell’azione umana. Il libero arbitrio non si esplica nell’assegna­zio­ne di significati convenzionali ma nella spontanea attività di significazione che informa la denominazione, il risultato di un progetto collettivo di significazione.

Come sottolinea Quintili, secondo cui la prospettiva materialistica fa sì che “the basic element of language […] becomes the starting point for an appropriate assessment of the process of signification” (Quintili 2016: 51), l’individuazione di un’origine naturale del linguaggio consente di cogliere in quest’ultimo il punto di partenza del naturale processo di significazione. Assume dunque una cruciale importanza il fatto che nella Grammaire (il primo volume del Cours d’étude pour l’instruction du Prince de Parme) Condillac sostituisca i segni definiti “arbitrari” nell’Essai sur l’origine des connaissances humaines con segni “artificiali”; i segni linguistici non sono mai del tutto arbitrari poiché obbediscono ai modi di vedere e di sentire dell’uomo rinviando continuamente al linguaggio d’azione in cui risiede il gesto linguistico primordiale.

Il protolinguaggio delineato da Condillac, focalizzato sul linguaggio d’azione, infatti, rivela il radicamento dell’uomo nella dimensione sen­sibile-percettiva che è il punto d’abbrivio delle attività cognitive; come icasticamente rappresentato dall’esempio della statua muta presente nel Traité des sensations riportato da Prato, la sensazione è l’o­pe­razione dell’anima all’origine dell’intero processo della conoscenza.

Anche Turgot sostiene che i segni siano sorti “in the heat of sensation […] in a live emotion, in a cry in a gesture indicating an object; here is the first language” riconoscendo il legame tra il linguaggio primordiale e l’espressione della sfera emotiva. Tale nesso costituisce trait d’union delle teorie di Turgot, Condillac e Rousseau ed è ciò che induce gli ultimi due a mettere in relazione l’origine del linguaggio con l’origine dell’arte.

Sia Rousseau che Condillac conferiscono un ruolo cruciale alla capacità del protolinguaggio di esprimere le passioni; tuttavia, se per Condillac il linguaggio primordiale è composto da gesti e grida, Rousseau fa coincidere l’origine della parola con l’emissione di una voce “cantante”, le cui inflessioni riproducono l’andamento dei moti dell’a­ni­mo. Si tratta di un linguaggio analogo a quello che, secondo Condillac, contraddistingueva la prosodia degli antichi e che è all’origine della musica e della poesia. Esso ha una natura espressiva e imitativa a un tempo, in quanto, esprimendo le passioni, ne imita gli accenti attraverso una serie di figure tra cui, ad avviso di Rousseau, spiccano le onomatopee. Il linguaggio onomatopeico unisce gesti, grida e i primi segni artificiali, al pari del linguaggio d’azione condillacchiano; emerge dunque la valenza dell’arte poetica: “Condillac argued that poets contributed much more than philosophers to the genius of language, and Rousseau’s first language was coarsely sung rather than articulated spoken”. L’essenza del linguaggio risiede nella sua natura poetico-musicale; i suoni inarticolati che lo contraddistinguo “performano” le passioni riversandole nel sensibile attraverso un medium esso stesso sensibile: il linguaggio dell’arte. Natura, linguaggio e arte sono dunque strettamente intrecciati non perché linguaggio e arte esprimono l’essenza delle cose ma perché, come sottolinea Lifschitz, essi sorgono naturalmente per poi adattarsi all’evoluzione antropologica, divenendo artefatti naturali “created by entire comunities and naturally evolving through history”.

Il peculiare nesso ravvisato da Rousseau tra l’origine dell’arte e l’origine del linguaggio viene sondato da Boris Gasparov e da Lydia Goehr in The music of language and the language of music. Essi sottolineano che secondo Rousseau il linguaggio è “sign and result […] of a cultural or social decline or degeneration hat has carried language away from its natural spontaneity and moral expression” (Gasparov e Goehr 2013: 257); si tratta infatti della prima istituzione sociale e il suo sviluppo deve essere piuttosto considerato come un progressivo allontanamento dalla spontaneità che lo ha generato, facendolo sgorgare dalle passioni nella forma di un discorso cantante e di un canto “parlato”. L’origine del linguaggio e l’origine della musica sorgono l’uno dall’altro in virtù della comune capacità di esprimere le passioni: “there is no original language without original music and no original music or singing withouth speech. The origin of language is not ‘music’ qua sounds or pitches joint by beat or rhythm, interval or harmony, the origin is rather ‘music’ qua passionate speech: hence a sort of Sprachgesang” (Gasparov e Goehr 2013: 257-8).

Il linguaggio allo stato nascente è intimamente artistico: esso consiste nel naturale traboccare delle passioni che acquisiscono voce tramite una musicalità che, accordandosi con le figure poetiche, vivifica il pensiero sprigionando il suo potere significante. Sono infatti gli accenti e lo stile immaginifico a conferire significato alle parole seguendo il ritmo del naturale movimento delle passioni umane. Linguaggio e musica, tuttavia, sono destinati a perdere la loro natura originaria; il nostro linguaggio, infatti, è il risultato di una formalizzazione che lo ha reso un sistema di segni astratti, convenzionali, sempre più precisi ma sempre più freddi, sempre più “muti”.

Nell’ultimo articolo in rassegna, A corruption of Rousseau? The quest for the origins of music and language in recent scientific discourse di Jacqueline Waeber, la peculiarità della concezione rousseauiana circa l’origine naturale della musica e del linguaggio emerge dalle critiche che l’autrice rivolge alla recezione del pensiero rousseauiano nell’ambito delle neuroscienze e della psicologia cognitiva. L’errata interpretazione della teoria di Rousseau ha origine con il positivismo scientifico che, mettendo in relazione la teoria dell’origine comune di linguaggio e musica con la teoria dell’evoluzione, ha indotto a formulare la tesi secondo cui l’evoluzione del linguaggio è ancora fortemente ancorata alla musica al punto da presentare tratti di “musicalità primitiva” che è sempre possibile riportare alla luce. Secondo Rousseau, invece, non è affatto possibile pervenire all’origine della musica poiché l’origine, in quanto tale, è “an object that no longer exists” (Waeber 2016: 218); il linguaggio e la musica così come li conosciamo sono il prodotto di qualcosa che non esiste più, a cui ci è precluso di risalire al punto che, ad avviso di Waeber, anche solo definirla “musica” significa “corrompere” Rousseau.

Se il nostro linguaggio e la nostra musica non sono che il declino del discorso cantato originario, la più grande prova dell’origine naturale del linguaggio e dell’arte risiede nel silenzio che lo Sprachgesang riempie con la sua eco muta.

 

Serena Massimo

 

 

© 2017 The Authors. Open Access published under the terms of the CC-BY-4.0.

 

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ISSN 0585-4733
ISSN DIGITALE 1825-8646

Mimesis Edizioni
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