Recensione

François Jullien,Vivere di paesaggio o l’impensato della ragione, tr. it. di C. Tartarini, a cura di F. Marsciani, Milano-Udine, Mimesis, 2017, pp. 168

 

Leggere François Jullien non significa mai, semplicemente, documentarsi sulpensiero cinese. Al contrario, a contatto con una qualsiasi delle sue opere, quella sorta di piacere che deriva dall’accordo fra la nostra conoscenza e un oggetto sconosciuto – quella specie di compiacimento che segue la guadagnata capacità di orientarsi, finalmente, in una dimensione dapprima indefinita – è sempre accompagnata, se non addirittura sovrastata, da un forte sentimento di spaesamento.

Si tratta, per intenderci, dello spaesamento al quale andiamo incontro, ad esempio, quando ci troviamo a descrivere una qualsiasi e­spe­rienza davanti a un interlocutore abituato a un linguaggio-pen­siero differente rispetto al nostro. Un sentimento a cui fa seguito, nel migliore dei casi, una tensione volta a mantenere vivoil dialogo, anche a condizione di riconfigurare da cima a fondo i termini che siamo abituati a utilizzare quotidianamente (i nostri “partiti presi”, direbbe certamente Jullien).

Per sentirsi disorientati, in effetti, è sufficiente che si prenda visione dello strano accostamento che Jullien fa comparire all’interno del titolo del testo Vivere di paesaggio o l’impensato della ragione. Un titolo che rimanda a una relazione tutt’altro che immediata, impossibile da comprendere se non ci si sforza di domandare, quantomeno: che cosa vuol dire vivere di paesaggio? A discapito delle apparenze, rispondere a questa domanda può rivelarsi però oltremodo faticoso. In Europa, infatti, siamo abituati a pensare al paesaggio non come a una risorsa a cui il vivere di ognuno può attingere, ma semmai come a uno spettacolo da osservare.

La definizione di “paesaggio” – “la parte di un paese che la natura presenta a un osservatore” (Jullien 2017: 14) – è schiacciata, in Europa, nei limiti della contrapposizione fra il tutto e la parte, fra il soggetto e l’oggetto, fra l’uomo e il mondo. Poco cambia se scegliamo di consultare il Robert in Francia, il Treccani in Italia, o qualsiasi altro vocabolario presente sul continente. Né, d’altra parte, essa rimane invariata se ci si cimenta nella consultazione di un dizionario del Settecento, oppure se ci si avvale di un testo più recente. Dappertutto, infatti, il suo portato è rimasto quello di strutturare l’esperienza del paesaggio sulla base dell’immagine di qualcosa che si guarda dall’esterno, magari per scorgervi dei tratti geometrici, “dichiarare ‘Che bello!’, e andarcene” (Jullien 2017: 9).

Per trovare un accesso al paesaggio di tutt’altro genere, occorrerà pertanto mettere tra parentesi le nostre categorie e rivolgerci altrove. La Cina, ad esempio, non dice nulla che ricordi le parole europee Landschafto landscape, paisajeo paysage, ma “montagna(e)-acqua(e)”; non definisce il paesaggio come una porzione di paese offerta dalla natura a un osservatore, bensì come una correlazione di opposti: di alto e basso, opaco e trasparente, stabile e fluido. La lingua cinese, in ultima analisi, non esclude un senso a beneficio di un altro. Ciò vale per il paesaggio così come per qualsiasi altra cosa – compresa la stessa “cosa”, che in cinese si dice “est-ovest” (dong-xi). Essa non funziona per dicotomie, ma per accoppiamento di polarità multiple; sicché pensare, in Cina, significa appaiare, ovvero far vivere– perché da che cosa nasce la vita se non dalla messa in tensione di almeno due?

Tornando alla questione del paesaggio, che esso sia un po’ la dimensione cardine di questo appaiamento lo si capisce bene non appena si guarda alla pittura di paesaggio cinese. A fatica, infatti, è possibile scorgere, all’interno di un’opera che appartiene al genere, una forma bloccata o, semplicemente, qualcosa che consenta di localizzare il paesaggio. Al contrario, con la sua variazione di lontananze e vicinanze che, correlandosi fra loro, lo singolarizzanoconferendogli consistenza, esso sembra (nei quadri di Guo-Xi, ad esempio) non avere luogo alcuno. Sembra non essere, si potrebbe dire, nel senso che esso sfugge alla presa ontologica.

Per questo, in Cina, non c’è alcuna ontologia, ma pensiero di paesaggio: perché “montagna(e)-acqua(e)”, questa sorta di duplicità totalizzante, mettendo in tensione tutte le polarità possibili, fa sconfinare quegli ambiti che siamo abituati a pensare come separati, scompaginando le dicotomie che strutturano le nostre definizioni. Ad e­sempio, scrive Jullien: c’è paesaggio quando “il percettivo si rivela al tempo stesso affettivo” (Jullien 2017: 59); ma anche quando “qualcosa nell’ordine dello spirituale si sprigiona a partire dal fisico” (Jullien 2017: 76). O altrimenti: quando un’esteriorità inafferrabile scopre, al tempo stesso, la mia capacità di lasciarmi toccare, il mio intimo; ma anche quando qualcosa nell’ordine dell’immanenza apre al suo superamento, e il mio sguardo s’immerge, a vivo, in una penetrazione sen­za fine.

Così, allo scopo di definirsi – ma anche di ridefinirsi – al pensiero Occidentale sarà utile orientare lo sguardo a questo suo contraddittorio pensiero della connivenza. Esso costituisce senz’altro un impensato sul quale la filosofia ha ancora molto da riflettere, se è vero che, come osserva Jullien, filosofare, nei suoi termini fondamentali, “è forse anche, o prima di tutto, questo: non dare la propria opinione su tutto, prendere sempre partito pro o contro, o predicare come vivere, ma esplorare delle sorgenti [ressources] – l’arte del rabdomante [sourcier]” (Jullien 2017: 11).

 

Vittoria Sisca

 

 

©2018 The Authors. Open Access published under the terms of the CC-BY-4.0.

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