Recensione

Fraser MacBride, John Haldane (a cura di), The aesthetics of everyday life, “The Monist”, n. 1/101 (2018)

 

Il tema del quotidiano ha conosciuto un’espansione non secondaria nei recenti studi estetologici internazionali. Il rapporto tra estetico e quotidiano è infatti ormai un problema ampiamente incluso nell’a­gen­da filosofica contemporanea. Questo interesse si è tuttavia concretizzato in vari modi e non in una linea d’indagine unitaria. Orientamenti atmosferologici, evoluzionistici, antropologici e addirittura neurobiologici dell’estetica sono solo alcuni tra gli esempi più significativi delle modalità con cui si è tentato di fare fronte ai numerosissimi spunti offerti da un ricco campo di fenomeni come quello della quotidianità. Ancora più emblematico, però, è il consolidamento, negli ultimi venti anni circa, di una sub-disciplina dell’estetica il cui nome richiama esplicitamente il focus tematico e problematico cui si volge: l’Everyday Aesthetics (EA). Non senza limiti (per un approfondimento in merito si rimanda a “Studi di Estetica”, n. 1 (2017), pp. 207-246), quest’ultima ha rappresentato, e tuttora rappresenta, un importante – anche se certo non l’esclusivo – ambito in cui sono state sviluppate diverse questioni utili per misurarsi col delicato nesso estetico-quo­tidiano.

Un ottimo indicatore della persistente crucialità di questo argomento per l’estetica filosofica, e del fatto che essa non è percepita soltanto in un piccolo gruppo di studiosi, è rappresentato dal fascicolo apparso nel 2018 della prestigiosa rivista “The Monist” dedicato appunto a The aesthetics of everyday life, un censimento autorevole e in quanto tale molto atteso da parte di chi si occupa dell’argomento di studio in questione.

I contributi del fascicolo possono essere ricondotti a quattro ambiti di interesse principali, al netto delle intersezioni che risultano solitamente inevitabili quando ci si approccia a questo campo d’indagine: il rapporto tra aspetti estetici e aspetti etico-sociali dell’esperienza quotidiana; l’analisi di alcuni fenomeni emblematici per un’estetica della vita quotidiana; il rapporto tra arte e quotidianità; la questione delle condizioni di possibilità dell’esperienza estetica. E a ben vedere questi sono esattamente i nuclei fondamentali attorno ai quali l’EA ha generalmente sviluppato le proprie indagini. Ci si aspetterebbe allora in tale contesto un dialogo – anche critico – con queste ultime: un’a­spettativa di fatto frustrata dalla quasi totale mancanza di riferimenti al lavoro finora svolto da parte degli everyday aestheticians. Ma occorre anzitutto procedere con la ricognizione dei contenuti salienti dei contributi selezionati per il fascicolo curato da Fraser MacBride e John Haldane.

Haldane è anche l’autore del saggio d’apertura del volume, che insieme a quelli di Roger Scruton, Ionut Untea, Sondra Bacharach, Alfred Archer e Lauren Ware può essere inscritto nel primo ambito di interesse individuato. Le pagine firmate da Haldane (Ethics, aesthetics, and practical philosophy) rilevano infatti una significativa simmetria tra il progressivo volgersi dell’estetica tradizionale verso il campo della quotidianità e l’espansione occorsa in filosofia morale nella direzione della cosiddetta etica applicata o pratica. Proprio in virtù di que­sta analogia sarebbe possibile per l’autore far convergere questi due nuovi orientamenti (spesso problematici da un punto di vista filosofico) in una forma più generale di “filosofia pratica”.

Scruton (Why beauty matters) sostiene la non arbitrarietà dei giudizi di gusto individuando in quelle che definisce “ragioni pratiche” motivi a supporto della sua tesi. Nello specifico, tali giudizi troverebbero il proprio elemento normativo nel tentativo concreto di creare comunità di individui eterogenee e allo stesso tempo armoniche. Il caso di Scruton risulta particolarmente significativo per la questione del mancato dialogo con l’EA. In un saggio seminale del 2007 egli aveva infatti già affermato la necessità di indagare il campo pratico di una “aesthetics of everyday life” (etichetta che peraltro intitola, non casualmente sembrerebbe, anche il fascicolo qui in analisi), marcando poi di fatto, e non solo nominalmente, anche in suoi contributi successivi la propria distanza da una linea di ricerca che in quegli stessi anni era in espansione, l’EA appunto.

Untea (Homelessness in the urban landscape: beyond negative aesthetics) affronta il tema di rilievo sociale degli homelessattraverso la prospettiva della Negative Aesthetics. Ciò lo porta necessariamente a confrontarsi col lavoro di Yuriko Saito, fautrice di un’EA impegnata socialmente anche nei termini di un riscatto di aspetti “negativi” della quotidianità. Il contributo si svolge dapprima ponendo rilievo sul rapporto tra “familiarity” e “strangeness” (ancora sulla scia di Saito, ma senza i dovuti riferimenti ad esempio alle riflessioni invece rilevanti di Arto Haapala, che prima di quest’ultima fonda il proprio apparato teorico su queste due categorie), poi volgendosi alla produzione artistica contemporanea, e infine suggerendo un possibile ribaltamento in positivo della questione dell’“homelessness”. A sostegno di que­st’ul­timo punto l’autore propone una dubbia ipostatizzazione del cor­po del senzatetto appellandosi al ruolo positivo che deterrebbero anche la dissonanza in musica e il fascino per il disgusto più in generale nell’esperienza estetica; prosegue poi sottolineando lo stretto nesso tra estetica negativa e impegno e attivismo sociale; sostiene infine l’in­fluenza positiva (per empatia, nel caso in questione) che la conoscenza e l’immaginazione eserciterebbero nella valutazione di un oggetto estetico nel suo complesso.

Bacharach (Finding your voice in the streets: street art and epistemic injustice) e Archer e Ware (Beyond the call of beauty: everyday aesthetic demands under patriarchy) si misurano con ulteriori temi sociali.Nel primo saggio, individuando nella Street Art una forma più efficace e alternativa all’attivismo tradizionale, l’autrice impiega come casi studio il movimento Black Lives Matter e il fenomeno del Cat-calling; nel secondo saggio, quasi in continuità con quest’ultimo, si affronta la questione dell’oppressione di genere mediante l’analisi del rapporto tra “aesthetic obligation” ed “aesthetic supererogation”, emendamenti in senso precipuamente estetico dei corrispettivi morali di tali nozioni. Dei testi inclusi nel fascicolo, va notato che solo Archer e Ware tentano di contestualizzare il dibattito con riferimenti quanto meno più ampi al contributo dell’EA (cfr. i lavori di Saito, Irvin, Melchionne, Ratiu e Forsey).

Con Eung Jung Kang (Fashion and the aesthetic aspects of social life) e Gordon Graham (Art, therapy, and design) si passa alla trattazione di fenomeni che risulterebbero emblematici per un’estetica della vita quotidiana. Da un lato si propone una poco originale lettura della moda in chiave simmeliana (dialettica soggetto/oggetto, mente/cor­po e individuo/società) e dall’altro una altrettanto poco entusiasmante interpretazione del design in quanto “arte utile” (e il cui punto d’av­vio è la polarizzazione tra l’ideale de l’art pour l’arte il regime applicativo dell’arte terapia).

Al rapporto tra arte e quotidianità sono dedicati, secondo approcci differenti, il saggio di natura metodologica e dall’eco (non esplicitamente) adorniana di Nick Zangwill (Hotel paintings and the function of art: everyday artistic phenomena and methodology in the philosophy of art) il quale individua nel caso della pittura d’albergo (con la sua blandness, o funzione di “mero sfondo” dell’esperienza) un controesempio efficace alle cosiddette audience theories, in cui risulta essenziale il rapporto tra processo creativo e processo fruitivo; il saggio di Bence Nanay (The aesthetic experience of artworks and everyday scenes), la quale suggerisce la dipendenza dell’apprezzamento estetico di scene quotidiane dalle modalità di funzionamento dell’e­sperienza estetica di opere d’arte (secondo un approccio attention-oriented); e quello di Edward Winters (The world is not enough), un caso eclatante di orientamento residualmente arte-centrico dell’este­ti­ca del quotidiano, per cui l’arte fungerebbe da imprescindibile intensificazione del quotidiano (come quello tipicamente rilevabile in Leddy, altro everyday aestheticiandi fatto escluso dalla discussione delineata), il quale, di per sé – come il titolo sicuramente pertinente con l’impostazione del saggio suggerisce – non è abbastanza.

Infine, attraverso la nozione di Aesthetic luck, Anna Christina Ribeiro si interroga sulla comunicabilità dei giudizi di gusto nella quotidianità, sul carattere formativo dell’esperienza estetica e dunque su quali siano gli obiettivi di una vita “ben vissuta”.

Dalla ricognizione complessiva di questo fascicolo emerge il tentativo di segnare un nuovo inizio nel dibattito nato intorno al nesso estetico-quotidiano. Colpisce che il titolo ricalchi quello di un’anto­lo­gia ormai storica curata tredici anni fa da Andrew Light e Jonathan Smith, quando era la stessa EA ad avviare il proprio processo di maturazione muovendosi ancora con incertezza tra varie etichette possibili. Certo, considerati anche alcuni limiti interni all’EA, il superamento di quest’ultima potrebbe essere davvero necessario. Nel caso in esame ciò però avviene, di fatto, squalificandola in blocco, con un atto di rimozione che risulta quasi ideologico, non già nei termini di un’a­per­tura prospettica. Ad accomunare i contributi raccolti è un generale orientamento etico-sociale che sacrifica, quasi programmaticamente, questioni teoretiche di fondo, oggi invece almeno discusse all’interno dell’EA: dagli statuti stessi dell’estetico e del quotidiano alle elaborazioni dei limiti ontologici e/o fenomenologici delle indagini che vi si rivolgono. E nemmeno la questione essenziale del “senso comune” che pure qualche contributo pone viene approfondita teoreticamente, preferendo invece assumere le sue forme fenomeniche quasi come meri dati di fatto. Ne risulta un descrittivismo per lo più intonato moralmente per molti versi simile a quello che già affligge vari studi ricondotti all’EA e che sarebbe invece compito correggere con un atteggiamento critico anziché ideologico. La scelta di evitare ogni confronto con una linea di ricerca che, bene o male, si è consolidata negli ultimi due decenni fa dunque apparire ingenue diverse analisi qui documentate, pur talvolta capaci di spunti interessanti ma raramente in grado di proporre sviluppi teoretici che possano arricchire la riflessione estetologica sui temi in oggetto. Prezzo un po’ salato pagato alla volontà di cercare un nuovo inizio, per questo ambito dell’estetica, nel cambio nominale che dalla tematizzazione della “quotidianità” dovrebbe condurre all’analisi della “vita quotidiana”.

 

Gioia Laura Iannilli

 

 

©2018 The Authors. Open Access published under the terms of the CC-BY-4.0.

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