Autopresentazione

Claudio Rozzoni (a cura di), E. Husserl, Fantasia e immagine, Soveria Mannelli, Rubettino, 2017, pp. 346 (tr. it. parz. di E.Husserl,Phantasie, Bildbewusstsein, Erinnerung. Zur Phänomenologie der anschaulichen Vergegenwärtigungen. Texte aus dem Nachlass (1898-1925),Husserliana, Bd. XXIII, a cura di E. Marbach, Den Haag, Nijhoff, 1980).

 

L’edizione presenta la traduzione italiana di una selezione dei manoscritti pubblicati nel volume XXIII della Husserliana, intitolato Phantasie, Bildbewusstsein, Erinnerung(Fantasia, coscienza d’immagine, ricordo), pubblicato nel 1980 per la cura di Eduard Marbach. Si tratta di testi di grande importanza, che, oltre a dare un’ulteriore testimonianza dello stile di lavoro di Husserl, gettano luce su temi decisivi per l’in­tero progetto fenomenologico. Se, da una parte, egli non diede questi scritti alle stampe, dall’altra non va però trascurato come queste ricerche, che sottendono un arco di tempo che va dal 1904 al 1924, permettano di fare chiarezza sulla complessa genesi di alcuni dei più celebri risultati pubblicati in vita (si pensi solo alla descrizione della coscienza d’immagine elaborata nel primo volume delle Idee).

Il testo che apre la raccolta, Fantasia e coscienza d’immagine(se­nza dubbio il più conosciuto e il più organico fra quelli pubblicati nella Husserliana XXIII), è il terzo degli Hauptstücke aus der Phänomenologie und Theorie der Erkenntnis (Lineamenti fondamentali di fenomenologia e teoria della conoscenza), il corso che Husserl tenne all’Uni­ver­sità di Gottinga nel semestre invernale del 1904-05. Un corso fondamentale, la cui quarta parte, dedicata alla “fenomenologia del tem­po”, sarebbe poi confluita – in forma significativamente rielaborata – nelle celebri lezioni sul tempo pubblicate nel 1928 per la cura di Martin Heidegger, e le cui prime due parti, consacrate invece ai temi della percezionee dell’attenzione, sono ora disponibili in italiano grazie alla recente edizione curata da Paolo Spinicci e Andrea Scanziani per Mimesis (2016).

In Fantasia e coscienza d’immaginesi assiste allo sviluppo di una fenomenologiadellepresentificazioni intuitive, un passo ritenuto da Husserl necessariamente complementare alle analisi sulla percezione. Ai vissuti percettivi, in cui vediamo cose e persone “in carne e ossa” ponendole come esistenti, si possono contrapporre altri vissuti, a loro volta intuitivi, in cui vediamo le persone e le cose nella fantasia; in cui, seguendo l’espressione di Husserl, le persone e le cose “aleggiano nella fantasia” invece di manifestarsi realmente. La posta in gioco che emerge da questa parte di corso diventa però ben presto quella della differenza fra i vissuti di fantasia e i vissuti d’immagine. La descrizione husserliana sembra inizialmente caratterizzare la fantasia nei termini di una conversione in immagine(Verbildlichung), deline­an­do un parallelismo fra “immagini di fantasia” e “immagini fisiche” (un quadro, una fotografia).

In quest’ottica assume un ruolo chiave la nozione di “oggetto-immagine”, in quanto momento iconico deputato ad assumere, nella rappresentazione, il ruolo di rappresentanteper il sujetrappresentato (che non è presente “in carne e ossa”). Queste lezioni giungeranno tuttavia a palesare come il vissuto di fantasia sia in fondo refrattario al tentativo di darne conto mediante la struttura della “rappresentanza”. Si fa piuttosto strada l’idea che nella fantasia il soggetto, nel suo riferimento intenzionale al “fantasticato”, non necessiti della mediazione di un “oggetto-immagine”, ma lo esperisca in una relazione immediata; in altre parole, l’idea che nella fantasia sia all’opera una coscienza immediata di presentificazione, una coscienza “modificata, quella di un vedere-in, di un vedere ciò che è inteso in ciò che è vissuto” (Husserl 2017: 93).

Della messa in discussione della nozione di rappresentanzadanno testimonianza le riflessioni raccolte nel Testo n. 2, composto da manoscritti prodotti in un lasso di tempo che si estende approssimativamente dal 1904 al 1909, un periodo di intenso lavoro durante il quale, a dispetto del silenzio editoriale, Husserl rivede in modo decisivo il suo schema “apprensione-contenuto apprensionale”, che ancora pervadeva le analisi del 1904-05, e matura il passaggio dal “modello” – se così si può dire – della rappresentanza(Repräsentation) a quello della riproduzione(Reproduktion). Questo mutamento apre la strada alle dense ricerche sviluppate nei Testin. 15, 16 e 17, tutti risalenti al 1912. La dimensione riproduttivafantastica costituisce infatti una regione estremamente ricca, e l’analisi fenomenologica deve essere in grado di portare alla luce le innumerevoli forme in cui in essa si possono quasi-compiere degli atti. Atti della “riproduzione”, dunque, dove questo termine non deve tuttavia indurre a pensare a una semplice copia di qualcosa che è già avvenuto, per esempio di un precedenteatto percettivo, quanto piuttosto a una riproduzioneche può (nel caso del ricordo) o non può (nel caso della fantasia in senso stretto) portare in sé il “marchio” dell’“è stato”. Con ciò viene nel contem­po chiamato in causa uno dei grandi temi che si ritroveranno in Filosofia prima(1923-24), ossia quello di una divisione fra un io reale e un io di fantasia, facendo affiorare la quale Husserl potrà chiarire che ogni fantasia (e ogni ricordo) non consta solamente della presentificazione intuitiva dell’oggetto, ma implica essenzialmente anche la riproduzione dell’atto che quasi-percepisce (o ricorda) tale oggetto.

I risultati guadagnati sul versante della coscienza di fantasia non mancheranno di far sentire i loro effetti sulla descrizione della coscienza d’immagine, in particolare quella artistica, come avviene nella seconda parte del Testo n. 18(datato intorno al 1918). Qui, dopo aver caratterizzato l’arte come“il regno della fantasia che ha preso forma” (Husserl 2017: 242), Husserl arriva a formulare una sorta di autocritica nei confronti delle sue precedenti posizioni sull’arte figurativa, ancora troppo subordinate a una nozione d’immagine concepita in termini di raffigurazione.Il caso del teatro si dimostra in tal senso strategico, sollevando la domanda circa l’effettivo ruolo assunto dal “carattere di raffigurazione” nell’esperienza estetica, che si rivela essere secondario. L’attenzione viene invece posta sul carattere produttivo della performance: gli attori “giocano” (“la realtà diventa per noi realtà ‘come se’, diventa per noi ‘gioco’”, Husserl 2017: 241) presentando di­rettamente immagini nei quasi-mondi eretti da una perzeptive Phantasie, trasportandoci “nell’illusione artistica” (Husserl 2017: 244).

È opportuno infine evidenziare come, al di là delle questioni specificamente husserliane, le ricerche condotte in questo volume offrano la possibilità di intraprendere autonome vie per dare fenomenologicamente conto delle immagini della nostra contemporaneità. Ci si potrebbe infatti chiedere verso quali nuove descrizionile odierne manifestazioni d’immagine possano condurci, quali nuove stratificazioni possano oggi originare dal confronto con questo retaggio che chiede “sempre di nuovo” di essere messo alla prova, anche mediante il confronto con i risultati provenienti da altre tradizioni, non da ultimi quelli ottenuti dalle più significative teorie della raffigurazione prodotte in ambito analitico.

 

 

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