Recensione

Wolfgang Welsch, Ästhetische Welterfahrung. Zeitgenössische Kunst zwischen Natur und Kultur, Paderborn, Fink, 2016, pp. 120

 

Ästhetische Welterfahrung. Zeitgenössische Kunst zwischen Natur und Kulturè una raccolta di saggi presentati da Wolfgang Welsch in occasione di alcune conferenze tenute tra il 2013 e il 2015 e adesso riproposti dall’autore sotto una rinnovata veste unitaria. I contributi che compongono il volume vogliono rendere conto delle grandi tra­sformazioni che interessano l’arte e l’estetica contemporanee, coniu­gando sapientemente teoria estetologica e interpretazione artistica. Riprendendo il punto di vista sviluppato nei suoi ultimi scritti – in particolare in Homo mundanuse in Mensch und Welt –Welsch indaga la relazione tra esperienza estetica ed essere-nel-mondo dell’uomo a partire da una critica radicale al dualismo natura-cultura. Come si colloca l’esperienza artistica ed estetica alla luce di un rapporto non oppositivo tra uomo e mondo? E, soprattutto, quale posizione può assumere l’estetica contemporanea rispetto alla ritrovata “monda­ni­tà” (Welthaftigkeit) dell’esistenza umana, una volta che sia caduto il pregiudizio antropico?

Questo orizzonte problematico costituisce il Leitmotivdei sei saggi che compongono il volume e viene sviluppato dall’autore secondo tre principali direttrici: seguendo il filone delle teorie scientifiche e antro­pologiche evoluzionistiche, che sostengono la sostanziale continuità tra regno animale e mondo umano, tra natura e cultura; in opposizio­ne al costruttivismo moderno, secondo cui l’uomo, in quanto essere autonomo, non esperisce ma costruisce la realtà; ed infine, sulla base di un nuovo realismo, per il quale l’uomo fa esperienza del mondo e lo scoprein modo del tutto reale.

Welsch intende innanzitutto mostrare in che modo l’esperienza estetica dischiuda una visione del mondo totale e inclusiva, tesa a superare la distinzione categoriale tra natura e cultura. Nell’arte, in modo particolare, si realizza questa apertura totale verso il mondo, dal momento che, attraverso la produzione e la fruizione artistica, l’e­sperienza estetica si configura eminentemente come esperienza del mondo e non come suo mero rispecchiamento. Ciò risulta particolar­mente evidente se consideriamo ad esempio il rapporto tra arte e realtà sociale. L’eterogeneità dei paradigmi artistici e il carattere costi­tutivamente “poli-estetico” dell’esperienza artistica, esibiti da Welsch attraverso una vasta gamma di esempi, veicolano un esercizio di pluralità che, se applicato al problema della pluralità sociale, diventa esercizio di tolleranza e di sensibilità per la diversità (Welsch 2016: 27-31).

Agli occhi dell’autore questa comunanza di arte, natura e cultura rappresenta una vera e propria sfida per l’estetica contemporanea, la quale si trova a dover affrontare un fondamentale mutamento di paradigma. La filosofia e la scienza occidentali, a partire dall’Illu­mi­nismo sino alle scienze umane e della cultura, sono state dominate dal cosiddetto “principio antropico”. La tesi per cui l’uomo costituisce il riferimento primo e ultimo di ogni cosa ha notevolmente influito anche sulla nostra concezione dell’arte e sulla modalità “tecnologica” con cui ci relazioniamo al mondo.

Oggi l’assunto che sta alla base di questo assioma, ovvero la sostanziale estraneità tra l’uomo, animal rationale, e il mondo, pura materia priva di razionalità – divenuto canonico per la modernità con il dualismo cartesiano di res cogitanse res extensa–appare tuttavia obsoleto. Le scienze naturali hanno infatti mostrato che l’autorefe­renzialità e la riflessività non sono affatto estranee alla natura e, al contempo, che la capacità umana di auto-riflessione è soltanto la forma più altamente sviluppata di un modello e un processo orga­nizzativo già presente nell’evoluzione cosmica e biotica (Welsch 2016: 42). Se l’arte contemporanea, in generale, ha accolto questo nuovo paradigma filosofico e scientifico – si pensi ad esempio alla Bio Art – l’e­stetica sembra invece rimanere ancora confinata all’interno di un orizzonte antropico.

Certo vi sono stati, anche in epoca moderna, alcuni tentativi di superare la dicotomia uomo-mondo proprio attraverso la riflessione estetologica. La definizione schilleriana della bellezza come libertà nel­l’apparenza, ad esempio, ha risolto la differenza ontologica tra mondo e natura, riconducendo l’estetico a una forma di libertà già presente nei fenomeni naturali. Le ricerche condotte da Darwin sul­l’origine del senso estetico nel contesto della selezione sessuale han­no, invece, permesso di riconoscere l’estetica come un fattore attivo e produttivo della realtà, un agente nello sviluppo dell’evoluzione biolo­gica.

L’estetica evoluzionistica darwiniana presenta però un limite fondamentale nel momento in cui pretende di spiegare la specificità dei fenomeni estetici umani attraverso la sola estetica animale. La cifra programmatica della proposta di Welsch consiste invece nel riconsiderare il rapporto problematico che l’arte intrattiene con la realtà dal punto di vista dell’antropologia evoluzionistica, al fine di operare, in tal modo, un radicale capovolgimento di prospettiva: che cosa significa la pratica estetica umana per il mondo?

Il carattere ibrido dell’opera d’arte, la sua doppia esistenza (come oggetto fisico e come oggetto estetico), distingue in modo essenziale l’arte dalla realtà. Il plusvalore, per così dire, che tuttavia le deriva dal fatto di essere l’oggetto della nostra considerazione estetica, ha per la realtà una portata effettualee non puramente contemplativa. L’arte possiede cioè una potenza ontologica e produttiva, tale da determi­nare e trasformare il reale, producendo su di esso effetti concreti. Da questo punto di vista la progressiva emancipazione dalla dimensione oggettiva che l’esperienza estetica mette in atto, sostituendo l’oggetto estetico a quello fisico, non è affatto una via di fuga dalla “mondanità”, ma al contrario un modo che ha l’arte per integrarsi nella realtà come elemento di trasformazione e di perfezionamento.

Tuttavia la differenza estetica non viene del tutto eliminata dalla constatazione che l’arte svolge un ruolo effettivo all’interno dello svi­lup­po culturale, aprendo alla libertà – come già aveva osservato Schiller – un mondo deterministicamente ordinato. Certo la realtà pren­de parte alla produzione dell’opera d’arte in vari modi, ma questo legame rimane limitato alla creazione e non al risultato. Pertanto, secondo Welsch, ripensare il rapporto tra arte e realtà nei termini di completa integrazione significa orientare l’attività artistica non più alla produzione di opere autonome e indipendenti, che in quanto tali rimangono sganciate dal reale, bensì ai processi della realtà stessa.

Caduta l’opposizione dualistica uomo-mondo e superato lo iato tra natura e cultura, la pratica estetica deve essere allora ripensata alla luce dell’ontologia processuale, sempre più diffusa, nel dibattito filo­sofico e scientifico attuale, rispetto alla tradizionale ontologia della sostanza (Welsch 2016: 102-3). In questo nuovo orizzonte teorico l’ar­te si muove sullo stesso piano della natura e della cultura, configu­randosi come un agente di realizzazionee di stimolo del reale. È in tal modo che Welsch intende cogliere le ragioni profonde della generale tendenza dell’arte contemporanea a ritornare alla realtà, delineando al contempo un risvolto paradossale: la “sparizione dell’arte” (Versch­win­den der Kunst), il suo perdersi, integrandosi, nel processo di auto­realizzazionedella realtà stessa.

 

Silvia Pieroni

 

 

©2018 The Authors. Open Access published under the terms of the CC-BY-4.0.

Refbacks

  • There are currently no refbacks.


ISSN 0585-4733
ISSN DIGITALE 1825-8646

Mimesis Edizioni
Via Monfalcone 17/19, Sesto San Giovanni (MI)
mimesis @ mimesisedizioni.it