Recensione

Nidesh Lawtoo, Il fantasma dell’io. La massa e l’inconscio mimetico, tr. it. di E. Cantoni, Milano-Udine, Mimesis, 2018, pp. 370

 

Nidesh Lawtoo è una delle voci più credibili e promettenti, ancorché già saldamente presente nel dibattito, della nuova generazione di studiosi internazionali della mimesis. Con la presentazione della traduzione italiana de Il fantasma dell’io. La massa e l’inconscio mimeticosperiamo di partecipare alla diffusione di un’operazione teorica di grande momento di cui l’autore è senz’altro uno dei migliori rappresentanti. Finita la stagione di lotta che aveva visto un autore come René Girard battersi quasi da solo per il recupero di questa fondamentale nozione della tradizione teoretica ed estetica occidentale, ormai trascorsa, forse, la primavera di grandi allievi più o meno ortodossi di Girard, come, tra gli altri, Jean-Pierre Dupuy e Paul Dumouchel, Bill Johnsen e Andrew McKenna, si sta imponendo sulla scena una riflessione che sposa felicemente le migliori tradizioni del post-strutturalismo francese, tessendo l’eredità della teoria mimetica con gli araldi più flessibili della decostruzione, tra i quali spiccano Philippe Lacoue-Labarthe e il suo allievo Mikkel Borch-Jacobsen.

Per quanto l’influenza di queste personalità sia oltremodo chiara, ed esplicita (d’altro canto Lawtoo ha ottenuto un dottorato in Letteratura comparata all’Università di Washington, Seattle, ove insegna Borch-Jacobsen), la collocazione teorica di Lawtoo non saprebbe ridursi a queste nobili e significative ascendenze, essendo il suo percorso tramato di interessi schiettamente filosofici, ma anche letterari. E la competenza specifica dell’autore emerge nel suo tentativo, ben venuto, di estendere il canone dei grandi classici a cui si era dedicato Girard integrandolo con autori per così dire minori. Nella bibliografia dell’autore, infatti, spiccano lavori importanti sul modernismo, in particolar modo dedicati a Joseph Conrad; non a caso, la versione originale inglese de Il fantasma dell’iorecava come sottotitolo Modernism and the mimetic unconscious. Nella significativa prefazione all’edizio­ne italiana, l’autore si premura di dare conto al lettore di questa modifica: aver espunto la nozione di modernismoper sostituirvi il riferimento a un problema che occupa la mente di ogni autore interessato alla mimesi, la massa, manifesta la speranza che questa operazione – peritestuale ma in realtà fondamentale nell’orientare i pregiudizi interpretativi del lettore – possa rendere il lavoro più utile al nostro tempo.

Fermo restando il valore orientativo e attualizzante di questa operazione, il percorso del libro non può che riflettere il titolo originario e rappresenta infatti una corsa, quanto mai approfondita e bibliograficamente informata ma sorretta da un argomentare ritmato e schietto, nella storia e nella produzione modernista. Il saggio è articolato in un’introduzione, quattro corposi capitoli dedicati rispettivamente a Nietzsche, Joseph Conrad, D.H. Lawrence e Bataille e unacoda. Nei quattro capitoli, uniti da un problema e da un metodo, l’autore ripercorre la genesi ottocentesca, pre-freudiana, della nozione e della pro­ble­matizzazione dell’inconscio mimetico e ne segue gli sviluppi peri- o extra-freudiani nel corso della prima metà del Novecento. Proponendosi di andare oltre gli approcci freudo-centrici alla psiche, il saggio recupera una stagione di approcci all’io capaci di tenere conto del­l’“e­sperienza caleidoscopica delle forme mimetiche di comunicazione inconscia” (Lawtoo 2018: 330). Il testo colma, con e oltre Girard, un vulnus nella ricostruzione storica e storiografica di altri autori mimetisti, includendo nelle sue approfondite analisi una rielaborazione di contributi più o meno dimenticati, se non volutamente soppressi, fondamentali per la storia della filosofia e delle scienze del soggetto come quelli di Gustav Le Bon, Gabriel Tarde, Pierre Janet, tra gli altri, e ancora Jean-Martin Charcot e Hippolyte Bernheim, Lucien Lévy-Bruhl, Jane Harrison ed Emile Durkheim. Soprattutto, rimette in gioco e recupera alla discussione contemporanea, che tanto potrebbe giovarsene, le intuizioni letterarie, psicologiche, fisiologiche e filosofiche in generale di autori che presentirono, anticiparono, registrarono, commentarono i fantasmi mimetici che avrebbero sconvolto il secolo delle folle.

Fantasma dell’io è sintagma nietzscheano, a partire dal quale Lawtoo, con un’operazione spesso quasi archeologica, rintraccia la presenza, la diffusione, la resistenza di una galassia semantica con cui la psicologia di fine secolo aveva iniziato a edificare una via regia all’in­conscio diversa da quella poi lastricata di buone intenzioni, si potrebbe quasi dire, da Freud. Ipnosi, suggestione, influenza, contagio, simpatia, comunicazione, frenesia, effervescenza, ombra fantasmatica, copia, ovviamente imitazione: è a partire da queste nozioni, arcane le une, misteriose le altre, che Lawtoo ricompone un dibattito ricco e articolato sulla soggettività nell’era delle masse. Ricostruendo le basi disciplinari degli autori chiamati a convegno, Lawtoo ne chiarisce le intuizioni più lucide: “l’idea di un io razionale, monadico, autonomo, in pieno controllo dei suoi pensieri, gesti e opinioni che rimane identico a se stesso nel tempo, cede progressivamente il passo a fenomeni intersoggettivi […] che nella massa ma non solo, rendono l’io predisposto a pensare, sentire, agire, come fanno gli altri e quindi a diventare, senza averne coscienza, altro” (Lawtoo 2018: 11). Fenomeni raccolti nella nozione di inconscio mimetico, centrale nel periodo mo­der­nista, marginale nell’era freudiana, attuale nell’epoca delle neuroscienze dei neuroni a specchio.

Lawtoo riesce a tenere insieme il suo vaste programmegrazie a un’intuizione di ordine metodologico ed ermeneutico: è l’approccio caratteristico dei quattro autori a guidare infatti lo sviluppo del saggio. La tesi di Lawtoo è che gli autori avrebbero nutrito, subito e impostato nel proprio corpo a corpo con l’esperienza fantasmatica di un io umbratile, subordinato al prossimo, geneticamente (nel senso non biologico) esposto alla presenza, alle emozioni, ai desideri, ai pensieri dell’altro, una pato-logia mimetica. Il trattino, così continentale, serve all’autore per marcare la différance nascosta nel concetto: vestendo i panni di un medico dell’anima, Lawtoo ritiene di poter diagnosticare ai suoi quattro protagonisti una comune patologia mimetica, una comune esposizione alle dinamiche del contagio, da cui però gli autori non si sarebbero solo fatti squadernare, disassare, scentrare, ma, pro­prio per resisterle, avrebbero sviluppato una sensibilità non comune, una scienza, o almeno un discorso, insomma un logos del pathosda cui si sentivano senz’altro con chiarezza trasportati.

Ecco che allora Lawtoo, faticosamente, minuziosamente, riesce a ricostruire le fila dei percorsi bio-bibliografici dei quattro autori seguendo tanto l’avanzare della malattia mimetica – che nel caso di Nietzsche viene, girardianamente, integrata con il progressivo degrado della salute mentale, nel caso di Conrad nutre uno scabroso razzismo tinto di misoginia, in Lawrence sfocia in una fascinazione inquietante per i soggetti capaci di guidare e aizzare le folle mimetiche, nel caso di Bataille produce la lunga Verwindungche sfocerà nella (sanzione della) morte del soggetto – quanto il progressivo affinamento della propria comprensione dei fenomeni mimetici che tramano la soggettività. I due bracci di questa spirale, apparentemente in contrasto, sono invece per Lawtoo il tracciato con cui dipanare un “movimento che trasforma l’ermeneutica in logosteoretico, la critica culturale in autocritica” (Lawtoo 2018: 26), al tempo stesso debilitante personalmente ma teoreticamente abilitante. Se per gli autori letterari l’intuizione di Lawtoo rende perspicui percorsi subordinati nelle rispettive vaste bibliografie, nel caso di Nietzsche questo grimaldello ermeneutico si fa strumento critico centrale: la sensibilità cosi spiccata di Nietzsche per i temi della massa, della volontà, della soggettività, del desiderio non sarebbe in effetti che l’altra faccia della medaglia di una sofferenza mimetica per altro conclamata. Nietzsche odia la compassione (Mitleid) perché sente di cum-patire, di essere costantemente aggredito nei confini della sua individuazione, vuole essere soggetto perché si sente mancare la forza di opporsi alla massa, vuole essere un medico dell’anima perché ha sperimentato come malattia la relazione mimetica con Wagner. “In un certo senso, Nietzsche trasforma una capitolazione al pathosidentificatorio in una distanza critica di valore clinico” (Lawtoo 2018: 70). Il gioco delle parti con cui gli autori commentati da Lawtoo sembrano intrattenersi è proprio quello paziente-medico: medici così lucidi nel produrre diagnosi sul loro tempo e sul problema del soggetto perché soggetti così sensibili nella loro veste di pazienti; decostruttori così impietosi nel trattare la genesi del soggetto perché menti così malleabili all’impressione tipografica con cui la mimesisplasma il carattere (dal greco kharassein, “incidere”).

Con Lawtoo (ri)scopriamo che il post-moderno non è un superamento del modernismo; la morte del soggetto linguistico, del soggetto del significante, non è altro che l’obliterazione di uno spazio teorico, metafisico nel senso nobile, occupato per così dire abusivamente e invece pronto a lasciar posto ad una riflessione più attenta alla dimensione non solo corporea, già compiutamente recuperata al dibattito, non solo relazionale, non solo affettiva, ma soprattutto “inter-dividuale”; una riflessione capace di riannodare le proprie trame da una parte con la tradizione platonica, senz’altro, e dall’altro con gli avanzamenti più recenti delle neuroscienze, da Andrew Meltzoff a Vittorio Gallese e Giacomo Rizzolatti; una ricostruzione della vicenda della soggettività mimetica che riscontra la specificità del contributo modernista nella dislocazione e disseminazione delle relazioni mimetiche: “lo spazio modernista non è più il salotto ma la strada […]; non è più basato sullo scontro personale ma sulla comunicazione di massa” (Lawtoo 2018: 335). La dissoluzione modernista del vecchio io stabile conduce a un indebolimento delle rivalità e vanità personali che contenevano– nel doppio significato del termine – la logica polimorfa della mimesi. Essa stessa infatti non travolge più solo il desiderio, come voleva Girard, ma si fa pathos generale che pervade ogni dimensione della soggettività.

Il soggetto modernista è insomma un soggetto che trova nella mimesi sia gli effetti violenti del contagio affettivo sia la funzione vivificante e comunitaria della partecipazione affettiva; un fantasma che è copia della copia, frutto della comunicazione con l’altro, aperto al­l’e­sterno, privo di un’originale essenza segreta e intrinseca al sé ma proprio e solo per questo capace di libertà e di creatività. Un soggetto che guarda con paura alla relazione con il socius che al tempo stesso lo costituisce e lo sfibra e che grazie a questo vissuto produce un logosdel soggetto più vero. Il modernismo presentato da Lawtoo offre la possibilità di recuperare le intuizioni di questa nuova ontologia mimetica del soggetto per una nuova ontologia mimetica della comunità.

Il testo di Lawtoo è ricchissimo, ben documentato e utile per il consolidamento di una prospettiva teorica di grande interesse. Anche se la traduzione italiana appare cinque anni dopo la versione originale (2013), il contributo al dibattito è ancora fresco. Nonostante questo, esso manifesta alcune criticità. L’insistenza sulla natura camaleontica del concetto di mimesis, cavallo di battaglia di molta parte dei teorici mimetisti, sembra mostrare sempre di più la corda: non è forse, più che altro, un gioco di parole che copre una schietta e legittima difficoltà, per altro ben diffusa ma non per questo inaggirabile, ad avanzare nel lavoro filosofico di definizione del concetto? La prosa di Lawtoo, nel suo alternare uno stile scientifico e piano ad uno occasionalmente colloquiale, un approccio per così dire compilativo ad uno schiettamente autoriale, apre scorci a volte approfonditamente indagati, altre appena affrescati.

Detto del valore della teoria che si espone in questo volume, non ci resta che elogiarne la coda ove si presenta, come in ogni buon testo filosofico, un’ulteriore apertura di senso – a cui abbiamo già accennato ma di cui è opportuno dare conto proprio ora; la traduzione italiana sembra apparire in un momento in cui la massa e le relazioni pericolose che vi possono sorgere, qualora si presentino le personalità adeguate a guidarle, tornano a presentarsi sul palcoscenico della storia. Pur avendo avuto a più riprese il centro della scena, come Lawtoo ci ha ampiamente dimostrato per il torno d’anni su cui ha voluto e saputo concentrarsi, un adeguato e diffuso dibattito sul problema della mimesis non è mai stato tanto urgente: tramontato il secolo freudiano, il nostro tempo sembra avere un disperato bisogno di una rinnovata, compiuta, migliore teoria della mimesis e questo volume ha il grande merito di dare il suo contributo nel momento giusto.

 

Emanuele Antonelli

 

 

©2018 The Authors. Open Access published under the terms of the CC-BY-4.0.

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