Recensione

Saulius Geniusas, Dmitri Nikulin (a cura di), Productive imagination: its history, meaning, and significance, London-New York, Rowman and Littlefield, 2018, pp. 206

 

Nell’introduzione al volume che qui si presenta Geniusas e Nikulin affermano che “mettendo insieme punti di vista filosofici differenti il volume non ambisce soltanto a offrire un’ampia gamma di prospettive sull’immaginazione produttiva ma fornisce anche una narrazione coerente e unificata della sua struttura e della sua significatività” (Geniusas e Nikulin 2018: viii, tr. it. mia). A mio avviso, quest’ultimo proposito non trova un riscontro nei testi. Al contrario, gli autori e le prospettive esplorate si contrappongono fra loro. Questo esito (almeno esplicitamente) non voluto mi sembra ancora più interessante dell’obiettivo che si propongono i curatori perché spiega che senza delle chiare scelte teoretiche non è possibile comprendere in cosa consista la produttività dell’immaginazione. La storia dell’immagina­zio­ne è costellata da svolte, metamorfosi, appropriazioni. Non è per niente coerente, non è unificabile in una visione omogenea e pacificata. È un conflitto di prospettive. Perciò, nell’illustrare i diversi interventi del volume in poche righe, che sicuramente non possono essere testimoni della loro ricchezza, mi concentrerò sulle tensioni dialettiche che li permeano.

Nikulin ricostruisce il significato della nozione di immaginazione produttiva comparando la teoria aristotelica della phantasiacon quella dell’Einbildungskraftdi Wolff, Baumgarten e Kant. La sua tesi fondamentale è che l’immaginazione si nutre di negatività più di qualsiasi altra facoltà e ciò le consente di acquisire una certa autonomia rispetto a sensibilità e intelletto, facoltà di cui, da Proclo in poi, l’immagina­zio­ne è inevitabilmente considerata l’elemento di mediazione.

Nikulin prende le mosse dalla stessa prospettiva da cui la modernità ha narrato la sua storia. La sua analisi di Aristotele è funzionale all’elaborazione di una teoria dell’immaginazione produttiva nella mo­dernità. Non prende veramente sul serio, come direbbe Leo Strauss, il punto di vista degli antichi. Nikulin accetta senza discuterla la trasposizione latina di phantasiain imaginatio, e ciò lo porta a identificare l’immaginazione con quella facoltà o potere della mente (“mental power”, Nikulin 2018: 2) che produce e preserva immagini, non evidenziando sufficientemente la differenza con quel processo oggettivo descritto da Aristotele che ha a che fare con ciò che appare (phantasma) e che si configura come un decadimento del senso.

Nel suo contributo Alfredo Ferrarin si muove in direzione opposta. Soffermandosi, in primo luogo, sulla dimensione teoretica dell’imma­gi­na­zione produttiva, Ferrarin sostiene che, pur ereditando da Wolff e Baumgarten l’idea aristotelica che l’immaginazione sia capacità di rappresentare nell’intuizione oggetti assenti, Kant modifica il significato dell’immaginazione presentandola come la determinazione del tempo e la schematizzazione dei concetti puri. Al contrario di Nikulin, Ferrarin contrappone l’immaginazione kantiana all’elaborazione moderna della nozione aristotelica diphantasia. Ritiene che prima di Kant la teoria dell’immaginazione presenti una sbalorditiva uniformità che è solo Kant a rovesciare, a tal punto che a partire dalle sue descrizioni la nozione di “produzione” cambia completamente di significato. Kant rompe la contrapposizione tra la fantasia identificata con la creazione di nuove cose e l’immaginazione intesa come facoltà meramente ricettiva. Con la sua teoria dello schematismo, dimostra che l’immaginazione non intreccia il livello dell’intuizione e quello del concetto nella misura in cui funge da residuo inerte in cui si preservano le immagini, ma attraverso un’attività sintetica che trasforma e unifica due facoltà eterogenee (Ferrarin 2018: 35). È palese la tensione dialettica con la conclusione di Nikulin secondo cui immaginazione produttiva e atto della memoria vengono sostanzialmente a coincidere (Nikulin 2018: 21). D’altro canto, la prospettiva di Kant non può neanche essere considerata coerente con la concezione protoromantica dell’immaginazione produttiva delineata da Laura S. Carugati.

Per Schlegel e Novalis, Kant ha una concezione troppo ristretta del­l’im­maginazione produttiva. I due rivalutano piuttosto l’identifica­zio­ne dell’immaginazione produttiva con la creatività della fantasia intesa in stretta contrapposizione a qualsiasi forma di sintesi che abbia il compito di dare un ordine all’esperienza. Per Schlegel l’immagina­zio­ne è un pensiero arbitrario che si oppone a quello laborioso della ragione (Carugati 2018: 53). Carugati mette così in luce un’opzione teoretica che è agli antipodi di quella che mette in luce invece Ferrarin nella seconda parte del suo contributo, soffermandosi sull’imma­gi­na­zione pratica (e sui suoi aspetti affettivi, sociali e simbolici). Nella prospettiva romantica l’immaginazione è la facoltà tramite cui l’uomo va oltre le funzioni pragmatiche della conservazione e della gestione della propria vita (Carugati 2018: 54). Al contrario, Ferrarin rileva i limiti della hybrisdell’immaginazione pratica che crea mondi alternativi a quelli della vita reale.

I due contributi successivi s’inseriscono nel solco della tradizione kantiana per rielaborarla tuttavia in modi antitetici.

Interrogandosi sul ridimensionamento che l’immaginazione subisce nella filosofia dello spirito soggettivo di Hegel, Angelica Nuzzo mostra come quest’assenza abbia in realtà un risvolto dialettico. Hegel si appropria della funzione di mediazione tra opposti che Fichte e Schelling attribuiscono all’immaginazione produttiva, ma abbandona l’e­spressione e ne affida le funzioni all’Aufhebung. D’altro canto, Nuzzo mostra come alla base della nozione hegeliana di spirito vi sia una rielaborazione in chiave anti-schellinghiana del nesso fra creatività del genio e immaginazione produttiva individuato da Kant nel §49 della terza Critica.

Rudolf A. Makkreel indaga la revisione di Dilthey della trattazione intellettualistica dell’immaginazione proposta da Kant. Dilthey attuerebbe una nuova svolta quando rileva come l’immaginazione integri i punti di vista del poeta e dello storico grazie alla sua capacità di creare dei tipi. Il legame tra immaginazione e vita è in questo caso affrontato in una chiave antimetafisica che trova i suoi antagonisti in Schelling e Hegel, qui connessi per le somiglianze dei loro approcci estetologici.

A questo punto ci imbattiamo in un contributo apparentemente eccentrico rispetto agli altri. Riflettendo sulla critica della stupidità di Flaubert nell’interpretazione suggeritane da Jules de Gaultier, Nicolas de Warren indaga il lato oscuro dell’immaginazione produttiva, ossia il fatto che l’immaginazione sia capace di imprigionare il soggetto in forme di auto-inganno. Questo gli permette di esaminare lo scarto che intercorre fra mimesi e creatività, e di comparare il ridestamento estetico perseguito dall’artista/scrittore e quello ricercato dal fenomenologo. La conclusione è però che l’uscita da questa riedizione della caverna platonica che è l’auto-inganno dell’immaginazione non è possibile se non avvelenando la stessa fonte di creatività e desiderio, cioè abbandonando la vita (de Warren 2018: 132).

De Warren coglie così il nocciolo del problema che s’insinua nel corso dell’intero volume: l’immaginazione ha natura ambigua, infatti nel suo produrre libera, orienta, ordina, ma è anche capace di imprigionare, semplificare, illudere.

Nel testo di Geniusas il conflitto sulla natura dell’immaginazione produttiva è plasticamente esibito nella disputa fra Cassirer e Heidegger a Davos. Per Cassirer l’immaginazione è pura spontaneità e strumento di intelletto e ragione, per Heidegger è spontanea recettività e fonte originaria che abbraccia sensibilità e intelletto; in quanto marchio della finitezza, per Heidegger l’immaginazione limita il potere della ragione, mentre per Cassirer è costante apertura all’infinito e perciò deve essere limitata dal potere della ragione.

La prospettiva di Ricœur nella descrizione fornitane da George Taylor nell’ultimo saggio del volume sembra tentare un superamento della contrapposizione fra Cassirer e Heidegger puntando sul nesso tra figurazione e linguaggio. Ricœur contrappone all’idea kantiana secondo cui l’immaginazione è mediazione fra due poli l’idea che con essa si abbia già a che fare con un terzo polo che è radice comune di entrambi. Lo definisce figurazione e lo caratterizza come la capacità di strutturare l’esperienza in termini linguistici. Sensibilità e intelletto troverebbero il loro fondamento nella capacità di raffigurare attraverso il discorso.

Il volume, che raccoglie interventi acuti e ben argomentati, ci restituisce un panorama frammentato di concezioni dell’immaginazione produttiva che sono in continua revisione; gli aspetti caratteristici di quella che ora è una facoltà mentale, ora un processo ontologico, ora la radice, ora il risultato di una mediazione sono sempre ridefiniti sulla base di una differente attenzione alla dimensione gnoseologica, etica o estetica. Non mi sembra ci sia via di scampo: neanche a posteriori è possibile trovare la coerenza dove invece imperversa la contraddizione e invece di sforzarsi di illuminare quello che non c’è, è un bene che alla fine il volume rifletta come uno specchio, anche contro i suoi propositi, la realtà di una storia.

 

Danilo Manca

 

 

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