Recensione

Michael Squire, Paul A. Kottman (a cura di), The art of Hegel's aesthetics. Hegelian philosophy and the perspectives of art history, Paderborn, Fink, 2018, pp. 389

 

Il 2018 rappresenta un anno particolarmente evocativo per l’estetica hegeliana in quanto ricorre il bicentenario delle lezioni sulla filosofia dell’arte. Pur non essendo documentate, come invece lo sono le successive Vorlesungenberlinesi di estetica del 1820-21, 1823, 1826 e 1828-29, sappiamo che fu proprio a Heidelberg che Hegel nel semestre estivo del 1818 tenne per la prima volta delle lezioni dedicate al­l’arte. Tale anniversario fa idealmente da sfondo al volume The art of Hegel’s aesthetics. Hegelian philosophy and the perspectives of art history– sapientemente curato da Michael Squire e Paul A. Kottman – nel quale sono raccolti alcuni contributi presentati per la prima volta al King’s College di Londra nel giugno del 2016 e discussi da autorevoli storici dell’arte e specialisti della Hegel-Forschungmondiale. A costituire il cuore del volume sono le intersezioni e le tensioni tra storia dell’arte ed estetica nella consapevolezza che molto c’è ancora da dire sull’eredità della filosofia hegeliana dell’arte, in un tempo in cui i visual culture studiestendono sempre di più alle contaminazioni e alla comparatistica. Se dunque Ernst Gombrich riconosceva in Hegel, a fine anni Settanta, il padre della storia dell’arte e Michael Ann Holly, nel corso degli anni Ottanta, scorgeva evidenti tracce dell’epistemo­lo­gia hegeliana nel lavoro di qualsivoglia storico dell’arte, i due curatori non sono da meno nel credere nelle risonanze, presenti e future, del­l’estetica hegeliana, in particolare per la Anglophone Scholarshipche solo negli ultimi quattro decenni è ritornata con entusiasmo a Hegel, quando in Italia o in Francia la ricezione è stata ben più sistematica e continuativa.

L’intento del volume è dunque innanzitutto quello di sollecitare un confronto interdisciplinare, prendendo spunto dal talento tipicamente hegeliano di scardinare i confini rigidamente definiti di una ricerca filosofica sull’arte, per ricercare suggestioni in ambiti ad essa affini senza temere di spingersi fino ai più lontani. In tale spirito transdisciplinare Michael Squire si dichiara convinto nell’introduzioneche Hegel sia un interlocutore irrinunciabile per declinare alcune delle questioni estetiche più infuocate del nostro presente, in quanto ci invita instancabilmente a “pensare in grande” (Squire 2018: 27). A ciò si aggiunge quanto sostiene Paul A. Kottmann nell’epilogo, lì dove afferma, senza esitazione, che “Hegel’s influence is everywhere” (Kottmann 2018: 366). Cionondimeno l’intento del volume non è meramente celebrativo ma parimenti critico e provocatorio, visto che proprio la storia dell’arte sembra la disciplina più diffidente nei confronti di un’estetica di matrice hegeliana che – ai tempi del relativismo culturale dilagante nelle scienze umane – appare troppo ingenuamente sistematica. Con la presente pubblicazione i due curatori ambiscono dunque a sfidare qualsivoglia visione stereotipata del confronto tra storia e filosofia dell’arte, nella constatazione che l’estetica hegeliana rimane un punto di riferimento insuperabile per incrementare una global perspective, superando le polemiche secolari di cieco eurocentrismo e rivisitando attitudini intimamente hegeliane sullo sfondo dei nuovi orizzonti teoretici dischiusi dalla visual culturedei nostri giorni

Tra le tante affascinanti questioni che vengono affrontate nel volume, ampio spazio è dedicato proprio alla diatriba della pastness of artche viene ampiamente contestualizzata, aprendo innovative piste di riflessione. Ad esempio: quali suggestive prospettive si dischiuderebbero se si ipotizzasse – come fa, con grande maestria, Kottman – che la hegeliana tesi del Verganheitscharakter der Kunstfosse da intendersi come risonanza shakespeariana? E che risultato teorico ne conseguirebbe se si leggessero i famosi passi in cui Hegel annuncia al suo auditorio berlinese (in particolare nel corso estivo del 1823) le trasformazioni del significato e del valore dell’arte nella modernità come fosse un Prospero della filosofia che annuncia la fine degli incantesimi e dei poteri magici, ricalcando l’epilogo della Tempestain cui Prospero afferma “Now my charms are all o’erthrown”?

Ma il volume apre almeno altre tre piste da battere per chi va alla ricerca di nuove angolazioni dalle quali considerare la tanto discussa tesi della fine dell’arte: la prima, che è anche la più storica delle tre, è quella proposta da Sebastian Gardner che si interroga sulle ragioni intrinsecamente sistematiche della perdita della più alta “vocazione” dell’arte e le rintraccia nella violenta polemica di Hegel con i Romantici. La seconda pista, più speculativa, è individuata da Ingvild Torsen che si interroga sul futuro di una storia dell’arte hegeliana, ossia sulla possibilità di una comprensione dell’arte – in particolare della scultura non figurativa realizzata nel XX secolo – con strumenti esegetici hegeliani. Il terzo sentiero è infine quello aperto da Fred Rush che riflette su una specifica declinazione della tentacolare tesi della fine o morte dell’arte, concepita come Ende der Malerei. Nei quadri raffiguranti nature morte e attimi fuggitivi immortalati dai maestri olandesi – tanto apprezzati da Hegel, non per la bellezza ma per la riflessività delle opere – la pittura si spingerebbe ai limiti del rappresentabile. Scegliendo soggetti quotidiani e banali che divengono occasione di virtuosismo ed eccellenza tecnica, la “vita silente” fissata eternamente sulla tela ed intesa come endpoint painting(Rush 2018: 185) diviene luogo di meditazione sul carattere transeunte dell’esistenza così come dell’arte pittorica stessa, giunta alle sue vette più soggettive. Tali sommità artistiche saranno poi ulteriormente scalate dall’esplo­ra­zio­ne pittorica del XX secolo, come ben mostra Hanneke Grootenboer nel suo saggio che spazia dalla niederlaendische Malerei– tanto cara a Hegel – fino alle derive del fotorealismo di un pittore come lo statunitense Richard Estes che in un quadro “estremo” come Central savingsdel 1975 esibisce, con non volute ma ridondanti reminiscenze hegeliane, l’essenza della pittura come riflessione su se stessa. L’intri­ca­to intreccio soggettività/riflessività ritorna poi ad essere ulteriormente scandagliato nel denso saggio di Robert Pippin che mira a enfatizzare il ruolo paradigmatico della pittura visto che, più delle altre arti, stimola i fruitori a riflettere sulla distinzione tra Scheine Realität. In tal modo la pittura assurge ad arte par excellancedella duplicazione (Verdopplung) che, anche quando non la raffigura esplicitamente, gravita sempre e solo attorno all’unico sole spirituale della soggettività che indaga e riflette su se stessa.

Ma in un volume che si propone di indagare il dialogo tra estetica hegeliana e storia dell’arte, sulle orme del celebre encomio di Gombrich che scorgeva proprio in Hegel il padre fondatore della disciplina, non poteva rimanere in ombra l’arte del perfetto equilibrio tra forma e contenuto, ossia la scultura che viene considerata nelle sue risonanze filosofiche e storico-artistiche sia da Julia Peters sia da Michael Squire. Peters propone infatti una originale rilettura della filosofia del­l’arte e in particolare delle riflessioni sulla scultura come luogo privilegiato per comprendere la delicata relazione tra Geiste Nature dunque per trovare nuovi stimoli per ampliare e problematizzare il recente dibattito sul naturalismo hegeliano difeso in particolare da Terry Pinkard. Un discorso a parte va fatto invece per i due contributi di Michael Squire, che, oltre a introdurre con grande stile il volume, dedica un intero saggio – dallo stimolante titolo Unser Knie beugen wir doch nicht mehr? Hegel, classical art and the reformation of art history– ad alcune questioni incandescenti: innanzitutto, perché alcuni autorevoli filosofi ed estetologi – si pensi a Arthur C. Danto – sono tornati negli ultimi decenni a vedere in Hegel un profeta ispirato che ha preannunciato l’apocalisse culturale del contemporaneo e gli storici dell’arte antica tendono invece a ignorare Hegel sistematicamente? Oppure, che cosa può imparare oggi uno storico dell’arte classica dalla filosofia dell’arte hegeliana? Le risposte sono molteplici, ma almeno una vale la pena di essere qui ricordata. Andando alla ricerca dei crocevia tra culture ed epoche diverse, la filosofia dell’arte di Hegel ha aperto la strada a quella world art historydei nostri giorni che, senza alcuna riconoscenza verso il padre fondatore, guarda con estremo sospetto alla narrazione hegeliana, sia perché la ritiene eccessivamente antropocentrica – come ben mostra il contributo di Whitney Davis dedicato al teriomorfismo nell’arte simbolica – sia perché sembra anacronisticamente monopolizzata dal potere artistico e politico della bellezza classica nell’antichità a discapito di altre possibili declinazioni estetiche. In verità, il confronto di Hegel con il bello è a tal punto complesso e ambiguo che non può essere affatto esaurito nell’esaltazione della composta leggiadria del classico ma andrebbe ulteriormente problematizzato e forse – come suggerisce T.J. Clark nel suo saggio Beauty lacks strength – solo allora si scorgerebbero ulteriori sinergie e inaspettate affinità elettive tra l’estetica hegeliana e la storia dell’arte del XIX e XX secolo, e persino oltre. Il volume qui recensito contribuisce dunque assai significativamente a mostrare l’at­tua­lità della filosofia dell’arte di Hegel per il dibattito filosofico contemporaneo e testimonia quanto ancora sia onnipresente, pervasiva e sotterranea l’influenza dell’estetica hegeliana ai tempi smemorati della global art history.

 

Francesca Iannelli

 

 

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