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Accademia del silenzio

Il gruppo promotore dell’Accademia del Silenzio è composto da: Angelo Andreotti, Paolo Anselmi, Angelo Barreca, Marina Canova, Giampiero Comolli, Duccio Demetrio, Valentina D’Urso, Marco Ermentini, Emanuele Ferrari, Daniela Finocchi, Giovanna Garuti, Gianni Gasparini, Giorgio Ieranò, Emanuela Mancino, Francesco Marchioro, Giampaolo Nuvolati, Antonella Parigi, Luigi Perissinotto, Nicoletta Polla-Mattiot, Gian Piero Quaglino, Stefano Raimondi, Francesca Rigotti, Luigi Spina, Manuela Trinci

Duccio Demetrio - La Stampa, 12 maggio 2017
"L'isola del silenzio"
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    L’ospedale come luogo di cura e di conoscenza. Come crocevia di linguaggi. I silenzi della giornata ospedaliera. Dove sono e come sono. Nell’elaborazione della diagnosi. In terapia intensiva. A fianco del malato terminale. Nell’ascolto delle storie di vita dei pazienti. Il racconto di un’esperienza pratica. Da una crepa troppo ampia non passa alcuna meraviglia. 

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    Il silenzio è un attributo femminile da secoli e nelle più diverse culture: una storia del silenzio è sempre una storia delle donne. I proverbi dicono, in tutte le lingue, che “il silenzio è il miglior ornamento di una donna”: parte da qui un viaggio nel tacere femminile scelto e imposto, cercato e subito. E nelle donne che lo incarnano: eroine letterarie, personaggi reali o d’immaginazione, archetipi in cui risuona il destino comune e pur tuttavia l’esperienza singolare femminile. Tacita, Penelope, la Mite, le Sirene, Difred, Maria sono i nomi di migliaia di madri, figlie, spose, esistenze anonime ridotte al silenzio. Che qui tornano a parlare. 

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    Per un poeta-filosofo come Giacomo Leopardi, in cui il canto, i suoni, la voce occupano un posto assolutamente rilevante, sembra quasi impossibile poter parlare di silenzio, addirittura di tanti e diversi modi di silenzio. Eppure il silenzio in Leopardi rappresenta un momento essenziale di riflessione ermeneutica: su se stesso, sulla propria esistenza e sui propri desideri di gloria; sulla caduta inesorabile delle illusioni giovanili; sulla persistenza, o meglio, sulla provvisorietà della storia, soprattutto quella degli antichi, e dei suoi insegnamenti; sulla natura delle cose, del cosmo e dello spazio; sulla morte e la precarietà degli esseri sensibili (uomini, animali, piante). Infiniti silenzi che mirano tutti, come sempre accade nell’opera di Leopardi, sia in versi sia in prosa, a porre l’umanità di fronte alla propria fragilità e al proprio dolore – “fatali” entrambi – di cui unica responsabile è la Natura, “madre… di parto e di voler matrigna”. 

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    Parole e “cose” sembrano animarsi solo nei rispettivi universi, in un reciproco isolamento che estromette lo stesso individuo che le pratica. L’educazione civica è ormai una lingua antica. L’“altro” non è più un’abitudine della convivenza, cieca ormai al limite umano.

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    In greco il termine therapeuein vuol dire prendersi cura di qualcuno, non guarire. Vuol dire cercare l’armonia del nostro protetto, come conferma l’antico taoismo, che propone: “Prenditi tutto in carico, ma non trattenere niente”. Il terapeuta è un logos poieticos, direbbe Aristotele, ossia uno spirito umano che crea (sottinteso, la salute): non fa miracoli, ma può comunque spingersi agli estremi limiti dell’umanamente immaginabile tramite un’altra categoria, ossia l’utopia.

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    Dopo un rapido e necessario inquadramento teoretico sul tema del silenzio, anche con riferimento alle dimensioni teologiche, filosofiche, esistenziali che ne accompagnano la consistenza, si presenta una piccola fenomenologia del silenzio, come la si può cogliere all’interno della dimensione giuridica della esistenza umana.

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    Può il silenzio che porta in sé la tragicità di tanti “non detto” – che hanno costellato la vita di chi, dalla nascita, è stato segnato dal dolore di un verdetto di disabilità – tramutarsi in un silenzio che si manifesta in forza, leggerezza, ospitalità?

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    L’ebraico antico, nel descrivere un individuo, raramente conosce il singolare della parola volto. Di un individuo si parla spesso de ”i volti” (Panim), che sono dunque manifestazione di un’identità plurale e collettiva.

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    Il testo affronta alcuni temi legati al silenzio in rapporto allo spazio architettonico, temi e problemi che riguardano la complessità a volte ambigua che ogni epoca, con la propria cultura, tenta di risolvere in modo provvisorio. Luoghi di detenzione, cimiteri, ospedali, lager, sono luoghi poetici che sottolineano le infinite valenze del silenzio che diventa spazio: spazio del pensiero.

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